giovedì 2 maggio 2013

Il casco argentino Bullard PX di Buenos Aires





L'Argentina è uno Stato dell'America meridionale e fa parte dell'America Latina: viene formalmente chiamata Repubblica Argentina. Confina a ovest e a sud con il Cile, a nord con la Bolivia e il Paraguay, a nord-est con il Paraguay e il Brasile, a est con l'Uruguay e l'Oceano Atlantico; oltre un terzo della popolazione è concentrato nella capitale Buenos Aires che ha più di tre milioni di abitanti che diventano 15.000.000 nella sua provincia. Dal punto di vista politico è una repubblica federale composta da 23 province (provincias) ed un distretto federale, le cui competenze sono quelle di stati federati. Il nome "Argentina" deriva dal latino argentum (argento), quando i primi conquistadores spagnoli scoprirono il Río de la Plata rimasero sbalorditi dai suoi riflessi argentei e da alcuni ricchi ritrovamenti (in spagnolo, Rio de la Plata significa 'Fiume dell'Argento'). Dopo la crisi economica del 2001 l'economia e governo si sono stabilizzati ed oggi l'Argentina è uno Stato dal forte sviluppo economico: i suoi circa 40 milioni di abitanti godono di un indice di sviluppo umano, reddito procapite, livello di crescita economica e qualità della vita che pone la nazione come una delle più sviluppate dell'America Latina. Dal 1976 al 1983 le forze armate detennero il potere per mezzo di una giunta auto incaricatasi del cosiddetto Processo di Riorganizzazione Nazionale; il governo militare represse l'opposizione, sia da parte dei gruppi di sinistra che dai peronisti, utilizzando metodi improntati all'illegalità dando inizio a quella che sarebbe passata alla storia come la Guerra Sporca: migliaia di dissidenti furono fatti scomparire. Nel periodo della dittatura 30.000 persone scomparvero creando il fenomeno dei "desaparecidos", di cui sono state mute ma coraggiose testimoni le Madri di Plaza de Mayo che ogni domenica sfilavano sotto le finestre del Potere per chiedere notizie dei loro congiunti scomparsi.

In Paesi come Ecuador, Perù, Cile e Paraguay vige il servizio antincendio su base esclusivamente volontaria, in cui i membri dei Corpi non ricevono retribuzione per la loro attività, al massimo contributi per l’acquisto di mezzi e materiali; in Argentina come in Costa Rica e nella Repubblica Dominicana a questi si affiancano i Corpi di Pompieri delle principali forze di sicurezza (Polizie provinciali, Polizia nazionale, Prefettura navale). I volontari sono una unica istituzione giuridica divisa in Compagnie e Corpi provinciali, e si basano su donazioni, sgravi fiscali, raccolte di fondi in occasione di feste, contributi economici diretti dei volontari, delle loro famiglie e dei sostenitori oltre a ricevere, in qualche caso, erogazioni di fondi pubblici per comprare materiale, equipaggiamento, mezzi e sostentamento del personale; coprono l’80% del territorio e per la maggior parte sono inquadrati nel C.N.B.V.R.A. (Consiglio Nazionale dei Pompieri Volontari della Repubblica Argentina). Funzionano come associazioni civili indipendenti senza fine di lucro, e soprattutto nelle maggiori città, hanno un nucleo di personale retribuito che organizza il servizio e tiene le fila dei ranghi volontari. La storia dei pompieri volontari argentini iniziò il 2 giugno 1884 con un emigrante italiano, Tommaso Liberti, che allo scoppiare di un incendio in un edificio sito nel vicolo – barrìo – della Boca insieme a un gruppo di volenterosi formò una catena umana a partire dal vicino rio e iniziò a gettare secchi d’acqua fino ad estinguerlo. In calle Brandsen 567 si costituì il primo distaccamento di pompieri al motto "Querer es poder", volere è potere; da allora il 2 giugno è la Festa nazionale del pompiere volontario. Nel 1885 i pompieri, che nel frattempo si erano assai diffusi sul territorio, affrontarono il primo grosso incendio, quello della fabbrica di vele di Barracas, ed in quell’occasione vennero donate dal municipio due pompe antincendio a vapore, utili a combattere il fuoco in quartieri allora quasi interamente costruiti in legno e lamiera. Nel 1954 nacque la Federazione Nazionale dei Pompieri Volontari per dare assetto alle organizzazioni esistenti; oggi il "Sistema Nazionale dei Pompieri Volontari" copre il 90% del territorio argentino da Ushuaia, che è la città più australe del mondo, fino a Jujuy situata all’estremo confine nord. Più di 40.000 Vigili del Fuoco si distribuiscono in 660 Compagnie sparse sul territorio, inclusa la conurbazione bonaerense, fornendo le loro prestazioni su base gratuita e volontaria. Nel 1994 la storia viene segnata dalla “tragedia dei piccoli pompieri”, quando un gruppo di giovanissimi aspiranti pompieri tra 11 e 15 anni di età, intenti a spegnere un incendio boschivo, a causa del variare del vento che spinse e alimentò le fiamme fino a circondarli, lasciò sul terreno i corpi di 25 ragazzini; al loro funerale parteciparono più di 10.000 persone. 

La Bullard, nota ditta americana già vista a proposito del casco dell’Arabia Saudita, produce l’ottimo modello PX ritratto nella fotografia, in uso alla maggioranza dei pompieri argentini, nel colore giallo con il distintivo in oro, metallico applicato o verniciato, che riporta le asce incrociate sotto la granata fiammeggiante, simbolo dei pompieri volontari argentini. Il casco viene realizzato con una calotta termoplastica e valido schermo oculare R330 a correzione ottica che elimina le distorsioni dovute alla sua curvatura permettendo una agevole visione all’operatore senza stancarne gli occhi. Data la sua concezione “americana” non prevede attacchi per la maschera respiratoria a bordo casco ma la stessa viene indossata coi suoi sospensori e successivamente il casco viene calzato al di sopra, regolando agevolmente la bardatura interna con la grande rotella nucale, utilizzabile anche indossando gli obbligatori guanti ignifughi. La foto in ultima posizione ritrae l'armadio partenze di una caserma, dove i vigili ripongono il loro equipaggiamento da intervento pronto per essere indossato quando arriva la chiamata e suona la campana dell'allarme, con il camion che sta sgasando nel piazzale, davanti alle rimesse. Quando l'ultimo è salito parte la sirena e si va ad affrontare l'ennesima emergenza, domandandosi se  nello stesso identico modo in ogni parte del mondo: meraviglioso mestiere quello del pompiere, inutile negarselo.
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martedì 5 marzo 2013

Il casco italiano Mispa dei Pompieri di Marina






Sulle navi in navigazione il fuoco era al tempo stesso necessario, da tenere sempre acceso per le esigenze della vita di bordo, ma era anche il nemico più temuto dai marinai, in grado di compromettere con la sua azione incontrollata le strutture della nave fino a distruggerla; il passaggio dalla marina velica a quella meccanica con il conseguente passaggio dalla costruzione in legno a quella in acciaio, ha modificato ma non annullato un rischio che ancora oggi provoca la perdita di un gran numero di navigli. Di conseguenza contro il rischio di incendio a bordo è necessario prendere provvedimenti in grado se non di eliminarlo, cosa impossibile, almeno di limitarne le conseguenze: il primo e più importante provvedimento è quello di imbarcare un equipaggio addestrato; in seconda battuta devono essere messe in atto sicurezze attive, quali gli impianti antincendio e tutto ciò che permette al personale addetto di intervenire efficacemente, e passive, quali ad esempio le compartimentazioni tagliafuoco, in grado di ridurre al minimo il rischio di innesco e di limitare comunque l'estensione del fuoco. Molto importante per queste ultime diviene l’opera di prevenzione e sorveglianza continue a bordo. Lo spegnimento viene effettuato prelevando direttamente l’acqua del mare con apposite pompe collegate ad un anello di tubazioni, dette “tubolature” che percorre tutta la nave e da cui si diramano le "stazioni antincendio" corredate di sbocchi, manichette, un dispositivo chiamato "boccalino" che null’altro è se non la lancia frazionatrice a triplice azione; l’alimentazione è garantita da apposite pompe elettriche o a motore. In caso di combustione di idrocarburi verrà addizionato liquido schiumogeno e se l’incendio coinvolge impianti elettrici esiste a bordo dotazione di estinguenti ad anidride carbonica che, non conducendo elettricità, non espongono il pompiere al rischio di folgorazione come succederebbe con l’uso di acqua. Nei locali alloggi sono diffusamente impiegati sistemi automatici ad acqua dotati di un dispositivo chiamato "sprinkler" a pioggia, in cui una fialetta fondente apre l’erogazione d’acqua dall'ugello posto a soffitto. In posizione appropriata sono inoltre sistemati alcuni armadi detti “di sicurezza”, nei quali sono conservati materiali ed attrezzature necessari per un più efficace lavoro delle squadre di soccorso: dagli autorespiratori per accedere ai locali invasi dal fumo o allagati, alle bombole per il taglio ossiacetilenico, ai guanti, alle torce.

Il casco presentato è molto particolare perché era destinato ad operare in tutto il mondo, a bordo della nave su cui era imbarcato il Pompiere di marina che lo avrebbe dovuto indossare per svolgere la sua missione di salvataggio. Le tecniche antincendio a bordo delle Unità Navali Militari sono sostanzialmente differenti rispetto alle tecniche antincendio di terra, tanto è vero che in caso di incendio di una Unità Navale della M.M.I. i Vigili del Fuoco cosiddetti “terrestri” non sono autorizzati a salire a bordo, ma possono fornire supporto esterno. A questo scopo tutto il personale imbarcato, prima di entrare in servizio operativo, deve frequentare una formazione antincendio al centro addestramento di Taranto, a due livelli di approfondimento basico ed avanzato; qui alcuni svolgono anche il corso detto “antifalla” che insegna le tecniche di compartimentazione ed estrazione di emergenza dell'acqua imbarcata dai natanti in caso di incidente con apertura di varchi nello scafo. In quest’ottica a bordo non ci sono addetti che svolgono unicamente servizio antincendio perché la lotta antincendio è tradizionalmente in carico a tutti, dal Comandante all'ultimo marinaio, in quanto tutti possono essere chiamati a far parte della squadra antincendio. Questa è composta da 4 persone che operano in turni di quindici minuti, tempo dato dall'autonomia dell'autorespiratore e dallo stress che comporta il fare parte della squadra d'attacco al fuoco a bordo. Le cosiddette “sezioni d’incendio”, quelle a cui è assegnata la prevenzione, la manutenzione e l’attacco iniziale al fuoco sono squadre assortite composte di marinai in possesso del corso avanzato appartenenti alle categorie “fuochisti” e “torpedinieri minatori” che svolgono addestramento quotidiano alle operazioni di salvataggio ed antincendio, stante l’importanza vitale della loro opera, a cui subentra il resto dell’equipaggio se l’opera di spegnimento deve protrarsi esponendo il personale ai rischi connessi al perdurare delle operazioni. A terra invece opera specifico personale, fino agli anni ’60 di componente civile e successivamente destinato dal Corpo equipaggi della M.M.I., posto alle dipendenze del Direttore d’Arsenale o del Comandante locale; detto personale è addetto, oltre alla manutenzione delle attrezzature di spegnimento ad acqua e vapore presenti a bordo, alla prevenzione e vigilanza antincendio delle strutture e dei locali ed alla rappresentanza alle cerimonie, solennità e circostanze analoghe, sempre pronto ad intervenire in caso di incendio a terra o sulle navi in costruzione negli arsenali. Svolge ronda di sorveglianza in pattuglie miste in cui, ai Carabinieri addetti alla parte militare, si affiancano quattro membri delle squadre antincendio in assetto interventistico, perlustrando i comprensori e le imbarcazioni ormeggiate per manutenzioni.

Negli anni ’60 la Mispa di Torino prese a produrre il mitico casco, rimasto in uso fino ai primi anni 2000. I primi lotti realizzati, derivando direttamente dal casco Violini da cui vennero addirittura rilevate le linee produttive una volta smessa la produzione di questa storica ditta milanese, ricalcano pedestremente il loro successore. In collezione annovero quindi un esemplare oltremodo raro e prezioso di elmo Mispa prima serie, particolare perché presenta interno e soggolo in pelle applicati a colla al guscio esterno in resina spalmata su tessuto ma, a differenza dei caschi Violini prima e Pirelli a seguire, è privo dei due fori di aerazione laterali. Le condizioni sono ottime e si presenta inutilizzato operativamente, e riporta sul frontale il bel fregio rosso dei Pompieri della Marina, derivato direttamente dal fregio da braccio di questo Corpo in uso negli anni ’30. Oggi, dismesso questo glorioso nonnetto e dopo una parentesi di caschi Sicor Amber nel colore rosso con medesimo fregio applicato sul frontale, il servizio antincendi viene svolto con caschi Gallet F1 in rosso. In ultima posizione una immagine di un Pompiere M.M.I. in servizio con il casco descritto.
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martedì 1 gennaio 2013

Il casco Cromwell Fire Pro del Kuwait







Il Kuwait è un emirato sovrano, situato nell'Asia sud-occidentale, in un'area particolarmente ricca di petrolio. Lo Stato si affaccia sul golfo Persico e confina con l'Arabia Saudita a sud e con l'Iraq a nord. Il nome è il diminutivo di una parola araba che significa “fortezza costruita vicino all'acqua”. Il territorio del Kuwait, uno dei più piccoli paesi del mondo e l'unico senza riserve d'acqua naturali, è costituito principalmente da deserto (solo lo 0,84% della superficie è coltivabile), con lievi differenze di altitudine; il suo clima tropicale è secco e caldo, con temperature che vanno oltre i 45 °C in estate. L'economia è basata sull'industria petrolifera: i giacimenti furono scoperti all'inizio degli anni 30 del XX secolo; a questa si aggiungono una minima parte di agricoltura, resa possibile solo di recente in seguito a una forte opera di canalizzazioni, oltre che un fiorente settore terziario. Il Kuwait possiede il 10% delle riserve petrolifere mondiali e si posiziona al quinto posto al mondo dopo Arabia Saudita, Canada, Iran ed Iraq; l’economia dell’emirato si basa per circa il 95% sui proventi della produzione e della vendita del petrolio greggio e dei suoi derivati, che rappresentano la quasi totalità delle sue esportazioni, come dall'industria petrolifera proviene l'80% delle entrate pubbliche. Al termine della Prima guerra del Golfo del 1990, l'esercito iracheno in ritirata appiccò il fuoco a circa 600 pozzi petroliferi e danneggiò i 100 restanti, provocando una catastrofe ambientale ed economica in tutto il Golfo: oltre ai versamenti in mare, il 5% del territorio del Kuwait fu coperto da laghi di petrolio e furono necessari più di nove mesi per spegnere gli incendi, spesso utilizzando tecniche sperimentali di ingegneria antincendi.

Se fino al 1946 il Kuwait aveva un servizio antincendi primitivo con carri trainati da muli, dall’anno successivo sull’onda dello sviluppo dell’estrazione del petrolio venne acquistata la prima autopompa moderna, mentre nel 1950 vennero acquistate altre quattro autopompe con 30 vigili di guardia, a cui ne seguì un’altra l’anno successivo con sedici vigili di guardia. Tra il 1950 e il 1960 venne creato il distaccamento portuale (stazione 5) con una botte ed un’ambulanza. Nel 1982 il Dipartimento anticendi divenne dipartimento autonomo e responsabile anche della prevenzione e dei controlli. A seguito della completa distruzione di caserme e mezzi dopo l’invasione irachena il KFSD rinnovò completamente le sue dotazioni e portò il numero delle stazioni a 32, suddivise in 7 Comandi: Capital, Hawalli, Mubarak Al-Kabir, Farwaniya, Jahra, Ahmadi e Marine, che attualmente sono al comando del Maggiore Generale Jasim Ali Al-Mansour. Il Kuwait Fire Service Department conserva il retaggio dello status di protettorato britannico avuto dal Kuwait nel lungo periodo dal 1899 al 1961, mantenendo comunque stretti legami anche in seno al servizio antincendi, in termini di formazione, standards operativi e dotazioni, come il casco britannico in collezione.

La Cromwell Helmets Ltd. Venne fondata in Gran Bretagna nel 1924, e in prima battuta produsse elmi coloniali in tela per i soldati ed i lavoratori delle colonie inglesi, e nel 1926 iniziò la produzione di caschi da motociclismo. Nei primi anni ’40 iniziò la produzione di caschi da aviatore in cuoio per gli aviatori della Royal Air Force, e di elmetti in metallo per la Royal Army; nel 1952 il Ministero dell’Aria chiese alla compagnia di sviluppare un elmetto con il guscio esterno rigido in nylon e resina, tecnologia che si estese anche ai caschi da motociclista ed a quelli da vigile del fuoco. Tra gli anni ’50 e ’60 i principali piloti delle corse motociclistiche indossavano caschi Cromwell, così come la maggior parte dei vigili del fuoco della Gran Bretagna e dell’intero Commonwealth. L’azienda continuò la sua produzione introducendo, alla fine degli anni ’80, il modello F-500 seguito qualche anno dopo dal modello F-600. Negli ultimi tempi la supremazia della MSA con il modello Gallet F1SF ha scalzato questa storica ditta dal mercato delle protezioni individuali dei vigili del fuoco. Il casco in collezione è un Fire Pro 1 prodotto alla fine degli anni ’80 in resina con interno in schiuma poliuretanica rigida ed un confortevole interno in cuoio, nel colore giallo con applicato sul frontale il raro adesivo del Kuwait Fire Service Department.

Nella foto in alto due vigili Kuwaitiani al termine di un intervento, che si trova qui, mentre in ultima posizione si vede una foto di vigili del fuoco in addestramento da parte di personale militare statunitense nell’ambito della ricostruzione post invasione irachena, tratta dal sito dell’esercito americano.
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mercoledì 17 ottobre 2012

Il casco Gallet F1SA del Lussemburgo





Il Granducato di Lussemburgo (o Lussemburgo) è uno Stato dell'Unione Europea situato fra Germania, Francia e Belgio, privo di sbocco sul mare racchiuso com’è tra i suoi vicini: è considerato da sempre punto d'incontro tra le culture di questi tre paesi, tant’è che oggi sono considerati ufficiali ben tre idiomi: il francese, il tedesco e il lussemburghese, lingua vicina al tedesco. Il suo motto è “Vogliamo rimanere ciò che siamo”, a suggello dell’ultimo Granducato sovrano al mondo, al cui capo si trova tuttora il Granduca. Ha poco meno di 500.000 abitanti su una superficie di circa 2.600 chilometri quadrati, dato che lo fa appartenere ai cosiddetti “microstati d’Europa” subito prima di Malta; molti sono lavoratori stranieri che si dedicano alla gestione delle circa 3.000 società per azioni che hanno sede legale qui, in virtù delle politiche fiscali molto vantaggiose che fanno movimentare ogni giorno trilioni di dollari attraverso le sue banche. Qui hanno inoltre sede numerose istituzioni ed agenzie europee, dato che il Paese gode di una posizione privilegiata nella mappa dell’Europa ed è stato fondatore sia dell’Unione Europea che della NATO, del Benelux e delle Nazioni Unite. Parallelamente esiste un placido e tranquillo Lussemburgo, localizzato principalmente fuori dalla città capitale, dedito all’agricoltura ed all’allevamento in verdi fattorie tra campi rigogliosi irrorati da decine di centimetri annui di pioggia.

Il servizio antincendio è su base professionale nella sola città di Lussemburgo, mentre nel resto dei 105 Comuni che compongono il Granducato si trovano i volontari: in tutto circa 9.000 pompieri badano alla sicurezza del territorio assolvendo ai soliti compiti statutari incluso il soccorso sanitario. Essi sono suddivisi, sui tredici cantoni che compongono il Lussemburgo a cui fanno riferimento le Federazioni Cantonali, in 183 Gruppi locali: il loro motto è “Aiuterò con devozione”. Nel 2008, anno del 125 anniversario della fondazione del Corpo, erano presenti nella Città del Lussemburgo 420 pompieri professionali con otto partenze; nell’omonimo Cantone si trovava una forza di 662 vigili volontari su 11 partenze. Nei rimanenti Cantoni di Capellen, Esch, Mersch, Clerf, Diekirch, Vianden, Redingen, Wiltz, Echternach, Grevenmacher e Remich si trovano i restanti 7.950 pompieri con 166 partenze.

Dal 2 ottobre 1986 sia i pompieri permanenti che i volontari del Lussemburgo hanno in dotazione il Gallet F1SA, in sostituzione dei precedenti modelli belgi in sughero compresso rivestito in tessuto resinato, francesi su base Adrian oltre che tedeschi nella foggia bellica descritta nel post sul casco danese. Da allora il casco lussemburghese porta sul frontale la classica placca dei pompieri francesi con la scritta “Sapeur Pompier” su foglie di quercia ed ulivo, con l’aggiunta al centro del fregio adesivo del Corpo ed in basso della scritta, anch’essa in adesivo, “G. D. Luxembourg” in abbreviazione di “Grand Duchy du Luxembourg”. L’esemplare in collezione è nel colore nel colore cromato che caratterizza i vigili volontari nei gradi di vigili e qualificati; gli ispettori volontari lo portano rosso mentre il Capo del corpo volontario lo ha bianco; il colore giallo fotoluminescente è in uso per i professionisti della città di Lussemburgo. Sul retro si trova una banda rossa catarifrangente che conferisce visibilità al portatore; alla base della falda posteriore si trova il paracollo in tessuto aramidico alluminato, differenziato dal classico modello in uso su caschi simili dall’assenza delle balze piegate realizzate per agevolare i movimenti di alzata del capo del possessore. Le solite due visiere, quella esterna dorata a protezione dell’intero volto e quella interna trasparente per la sicurezza nel taglio, completano questo ottimo dispositivo di protezione individuale che da oltre 27 anni è in dotazione a centinaia di migliaia di pompieri in tutto il mondo, la cui storia è in breve raccontata qui.

Qui si trova la foto del singolare APS effigiato in ultima posizione.

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lunedì 17 settembre 2012

Il casco nazionale jugoslavo di Belgrado






La Jugoslavia era uno stato del sud est europeo che fino al 1991 riuniva Serbia, Coazia, Slovenia, Macedonia, Bosnia ed Erzegovina sotto il nome di Repubblica Socialista Federale di Yugoslavia. A seguito dello smembramento del territorio ex-jugoslavo la Serbia è stata unita al Montenegro nell'Unione Statale di Serbia e Montenegro, ma in seguito al referendum del 21 maggio 2006 il Montenegro ha votato per l'indipendenza. A seguito del referendum, la Confederazione è stata sciolta e la Serbia (così come il Montenegro) è divenuta uno Stato sovrano. Dal 1999 la provincia autonoma del Kosovo ha dichiarato la sua indipendenza venendo riconosciuta da 89 Paesi dell'O.N.U., ente che la mise sotto lo status di Protettorato internazionale all'atto della sua scissione dalla madrepatria avvenuta non senza problemi. La Repubblica di Serbia è un paese membro delle Nazioni Unite, del Consiglio d'Europa е dell'Organizzazione della Cooperazione Economica del Mar Nero; i suoi cittadini dal 2009 possono viaggiare senza obbligo di visto nei Paesi dell'Unione europea, ed il 2 marzo 2012 è diventata ufficialmente candidata per l'adesione all'Unione Europea. Belgrado (in serbo Beograd) è la capitale della Repubblica di Serbia dopo essere stata dal 1918 capitale della Jugoslavia: si trova nella provincia della Serbia centrale, nel punto di confluenza tra i fiumi Sava e Danubio, dove il territorio della Penisola Balcanica incontra la Pannonia. Con una popolazione di più di 1.150.000 abitanti, quella di Belgrado è l'area metropolitana più popolosa dell'ex Jugoslavia nonché la quarta nell'Europa sudorientale dopo quelle di Istanbul, di Atene e di Bucarest.

Lo Stato jugoslavo nel periodo di Josip Broz Tito ha costituito il Vatrogasna Sluzba (Dipartimento di Estinzione Incendi); il cui motto è tuttora “Vatru gasi, brata spasi” cioè “Fuoco spento, fratello salvato”. Nel 2003 la situazione del personale operativo era di 3.000 uomini su base statale e 1.000 nella logistica e nella prevenzione incendi: ciò non toglie che a livello europeo sia quello che possiede il minor numero di pompieri rapportati all’unità di spazio, circa la metà di quanti ne occorrerebbero a pieno regime. Di questi 658 operano a Belgrado, che in rapporto ad una città di circa 2 milioni di abitanti risultano decisamente pochi, al punto che in alcune partenze anche di emergenza si trova un unico pompiere; nonostante l’assenza di uomini e mezzi riesce comunque a coprire il territorio di pertinenza lasciando passare tra i sette e gli otto minuti dall'allarme all'arrivo sul posto, anche grazie ai rinforzi che possono arrivare da Novi Sad, Vojvodina e altre città vicine, ciò è possibile anche in virtù del fatto che la Serbia ha conservato una organizzazione del Servizio antincendi a livello centralizzato statale. Il guadagno di un pompiere serbo si attesta attorno a 32.000 dinari, circa 300 euro. Tra i mezzi in dotazione si trova la scala da 54 metri, che però non è in grado di raggiungere la totalità dei piani dei palazzi più alti della città che ospita anche moderni grattacieli.

Il casco in collezione è il particolarissimo casco detto del tipo “viennese” appunto perché si trovava in utilizzo in Austria per equipaggiare i prodi pompieri del Paese mitteleuropeo; da qui la sua diffusione si estese alla Jugoslavia, che lo adottò massivamente complice la sua leggerezza, la sue doti di resistenza ed il basso costo produttivo. Prodotto in alluminio stampato con la notevole cresta protettiva a sei braccia che va a racchiudere la calotta dell’elmo, nella parte bassa possiede una falda leggermente più aggettante nella parte posteriore con lo scopo di proteggere il collo del pompiere da braci ed acqua. L’interno è in panno di lana cotta con cuffia interna in pelle come il sottogola, e sul frontale si trova il bel fregio dei pompieri jugoslavi che richiama al centro il medesimo casco su cui è giustapposto sormontato da una stella rossa. Risulta sicuramente essere uno dei caschi più particolari della collezione, che suscita domande e curiosità in chi si trova ad osservarlo per la prima volta; opinabile dal punto di vista estetico, e su questo sono d'accordo con l'amico Chris che, essendo di Trieste, si è trovato a vederlo indossato nel corso di interventi congiunti con i colleghi jugoslavi sul confine. In quegli anni dolorosi però, alle spalle dei pompieri impegnati nell'opera di spegnimento c'erano i mitra puntati della Militja da una parte e dei Carabinieri dall'altra e non mancavano gli arresti di colleghi che inseguendo le fiamme avevano sconfinato e venivano tratti in arresto e portati a Capodistria in camera di sicurezza. Ora il soccorso viene gestito congiuntamente e con grande spirito collaborativo, come dev'essere tra fratelli impegnati nella stessa, fumosa missione.

Nell’ultima foto si vede un soccorso persona in cantiere edile, prestato da due pompieri in divisa con i caschi descritti.
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mercoledì 15 agosto 2012

Il casco senegalese Adrian 33 di M'Bour





La Repubblica del Senegal è uno Stato dell'Africa occidentale, con capitale Dakar. Il suo territorio si estende per circa 200.000 chilometri quadrati nell'estrema parte occidentale dell'Africa sudanese e ad ovest si affaccia sull'oceano Atlantico. Il clima è tropicale ed il paesaggio è composto in buona parte dalla savana, in cui si alternano una lunga stagione secca invernale e una stagione umida estiva. La popolazione del Senegal ammonta a 12,6 milioni di abitanti,distribuita principalmente lungo la fascia costiera e nell'immediato entroterra; l'interno, in buona parte arido o semiarido, è occupato da comunità minori lungo le rive dei fiumi. La maggiore città del paese è la capitale Dakar, che conta circa 2,6 milioni di abitanti e concentra una buona parte dell'intera popolazione urbana del paese. Il territorio senegalese venne interessato dal prolungato dominio coloniale europeo, principalmente francese; si rese indipendente dalla Francia nel 1960, dapprima in unione con il Mali e successivamente come Stato indipendente.

In Senegal i pompieri sono militari e dipendono dal “Groupement National des Sapeurs-Pompiers”, Raggruppamento Nazionale degli Zappatori Pompieri, in puro stile francofono a testimoniare le origini coloniali di questo Paese. Lo Stato maggiore è presso la caserma principale di Dakar di avenue El Hadj Malick ed è al comando del generale Ibrahima Gabar Diop. Nel 2000 hanno effettuato 18.068 interventi, di cui 1.543 incendi, 9.142 soccorsi persona, 5.198 operazioni varie e 2.185 sopralluoghi di prevenzione incendi. Il centro di soccorso di M’Bour, nato nel 1996, va ad assicurare il servizio di soccorso che prima veniva fornito dal centro di Thies, capoluogo dell’omonima regione che dista alcuni chilometri dalla città. A M’Bour ci sono 84 pompieri agli ordini del luogotenente Mouhamad Diaw assistito dal maggiore Abdou Fall. Effettua una media di 5 interventi al giorno con l’utilizzo di sei mezzi: due ambulanze (codificate come VSAB in gergo tecnico), un furgone Comando Renault Master, come vettura servizio ha in dotazione una Peugeot 505, e dispone di due mezzi di intervento, una prima partenza Berliet Camiva del 1977, dono dei vigili del fuoco francesi, ed un vecchio ma ancora efficiente Magirus Deutz del 1963 a quattro ruote motrici, dono dei pompieri tedeschi. Entrambi hanno attrezzatura da soccorso, il gruppo da estricazione, attrezzi vari oltre alla classica dotazione da incendio, lance, divisori e 120 metri di manichette in tela. In ultimo ci sono due pick-up Mazda fuoristrada per soccorsi speciali. La penuria di fondi fa sì che, in caso di guasto, un mezzo debba rimanere fermo anche tre mesi in attesa dei pezzi di ricambio. Per quanto riguarda il carburante lo Stato fornisce ai centri di soccorso 500 litri al mese sotto forma di buoni benzina o gasolio, in caso di esubero di consumi i pompieri si rivolgono al Municipio per cercare di avere la differenza. La vita del pompiere senegalese inizia con la sveglia alle 6, e fino alle 7 si svolgono le operazioni di igiene personale e di preparazione e consumo della colazione. Alle 8 si confrontano i turni montante e smontante, con l’appello e la formazione delle squadre e l’attribuzione delle mansioni. Fino alle 9 c’è attività sportiva, poi si passa alla manutenzione della sede e dei mezzi. Alle 14:30 si consuma il pasto, tutti insieme appoggiati a terra, come da tradizione senegalese; si condivide il piatto nazionale composto di riso e pesce con peperoncino. Servendo un bacino di 300.000 abitanti su 2.200 chilometri quadrati, il Centro di Soccorso si trova a gestire numerose tipologie di incidenti, principalmente quelli stradali dovuti al precario stato della viabilità alternante asfalto e piste sterrate o addirittura sabbia, situazione che peggiora durante la stagione delle piogge; altro fattore è la precaria manutenzione del parco veicoli, che spesso nella guida notturna non dispongono di illuminazione efficiente. Vista la tipologia di trasporti pubblici che si svolgono spesso su vecchi torpedoni o addirittura camion non è infrequente la chiamata per incidenti con dieci o anche venti feriti: in questi casi nelle ambulanze si dispongono due barelle sovrapposte e vengono requisiti veicoli civili per portare in ospedale i feriti, anche caricandoli nel cassone dei pick-up. Altra tipologia di interventi sono gli incendi di sterpaglie nella savana, che nella stagione secca, da dicembre a febbraio, possono anche coinvolgere villaggi e cittadine, che essendo spesso costruiti in paglia costituiscono elementi di rischio e presentano una diffusione dell'incendio molto veloce. Il Centro dispone inoltre di una squadra SAF speleo-alpino-fluviale abilitata al soccorso acquatico; hanno tre bombole di aria pressurizzata e qualche muta per gli interventi in profondità.

Il casco in collezione è un Adrian di fabbricazione francese, che qui troviamo nella viariante 1933 prodotta fino al 1980 e passato ai colleghi oltremare durante gli anni della colonizzazione e anche in quelli seguenti. Discendente del primo elmo da combattimento che un militare francese, il generale Louis Auguste Adrian appunto, aveva ideato nel 1915, era molto pratico e leggero (tra i 670 g e i 750 g) ed era ispirato nel disegno a modelli di copricapo e caschi da cavalleria e dragoni. L'esercito francese, fino a quando non fu inventato l'elmo Adrian, tra il 1836 ed il 1915 si ebbe un'infinità di varianti di “casques d'essai” o caschi sperimentali, creati oltre che per l'esercito, anche per i pompieri e la gendarmeria. Osservando l'Adrian e alcuni modelli sperimentali come ad esempio i caschi dei Sapeurs- Pompiers de Paris del 1885, si può notare la somiglianza tra queste due tipologie. Nel 1915 troviamo quindi la prima versione del casco Adrian per i pompieri, nel colore cromato, predecessore di questo da cui si differenziano alcuni particolari della rivettatura e della cresta in sommità; altre modifiche verranno apportate nel 1923 e nel 1926 per finire con il modello definitivo, il 1933 appunto, qui raffigurato. L’interno è in cuoio come il sottogola; la placca, in lamierino stampato con un coreografico decoro con le solite foglie di quercia ed alloro con scudo e granata fiammeggiante al centro, riporta la scritta “Sapeurs Pompiers Senegal” nel cartiglio in sommità; è fissata al casco con un bulloncino centrale con un dado quadro giustapposto.

Qui si trovano immagini dei mezzi del centro di soccorso, da cui è tratta la foto in quinta posizione;

E qui vengono rappresentate molte varianti del casco descritto, nel sito del collega francese Martial Grenot.

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martedì 1 maggio 2012

Il casco italiano Gallet F1S del Trentino






Il Trentino Alto Adige, il cui nome ufficiale è “Regione Autonoma Trentino-Alto Adige/Südtirol è una regione italiana di 1.037.114 abitanti con Trento capoluogo; è la regione italiana più settentrionale ed è pressoché completamente montuosa. Le catene montuose si innalzano fino a quote altimetriche di 2700–3900 m. mentre a sud, sulla riva trentina del Lago di Garda si registra un'altitudine di circa 70 m s.l.m. Con i suoi 13.607 km² il Trentino-Alto Adige è una delle regioni meno densamente popolate in quanto ospita circa 1.000.000 abitanti per una densità di 74 ab/km², molto al di sotto della media nazionale, collocandosi al secondo posto dopo la Valle d'Aosta nel rapporto tra numero di abitanti e superficie territoriale. In seguito alla riforma statutaria del 1972 la regione ha trasferito gran parte delle competenze sono state trasferite direttamente al Trentino, corrispondente alla Provincia autonoma di Trento, e all'Alto Adige, corrispondente alla Provincia autonoma di Bolzano. Il Trentino-Alto Adige fa parte anche di un'associazione di cooperazione transfrontaliera istituita nell'ambito dell'Unione Europea, l'Euroregione Tirolo-Alto Adige-Trentino. Tutta la regione ospita distese di boschi di conifere e faggi alternati a prati e pascoli in cui trionfano una moltitudine di specie di fiori ed erbe alpine che la popolazione sfrutta per il pascolo dei bovini, il cui allevamento rappresenta una voce importante dell’economia regionale, anche grazie all’ottima distribuzione delle risorse idriche.

La Provincia Autonoma di Trento dal 1863 si è dotata di un Civico Corpo di Pompieri; l’attuale Corpo Permanente ne è erede. L’organizzazione antincendi era inizialmente strutturata su base comunale e tale rimase fino al 1935, quando si optò per un unico organo provinciale: a Trento venne quindi creato l’85° Corpo pompieri, con distaccamenti in vari comuni. Nel 1941, con la creazione del Corpo Nazionale Vigili del Fuoco, l’85° entra nel nuovo organismo. Successivamente, in virtù dello speciale statuto di autonomia, la Regione Trentino-Alto Adige, che ha il potere di emanare norme legislative anche in materia di Servizi antincendi, nel 1954 crea i Corpi Permanenti di Trento e Bolzano, sciogliendo l’85° Corpo ed i relativi distaccamenti. Nel 1978 la Regione Trentino Alto Adige delega alle due Province Autonome di Trento e Bolzano le funzioni amministrative connesse ai Servizi antincendi con il trasferimento in capo a queste dei compiti operativi, amministrativi e logistici dei rispettivi Corpi Permanenti. Con la legge 12/1983 la Provincia Autonoma di Trento, nel riordinare la propria struttura burocratica, istituisce il Servizio Antincendi, del quale il Corpo Permanente va a costituire il “Settore operativo di emergenza”. Nel 1990 il Servizio Antincendi è incluso nel neo costituito Dipartimento per la Protezione Civile, che comunque opera in stretta collaborazione con il Corpo Nazionale Vigili del Fuoco, come per esempio è avvenuto in occasione del recente, tragico terremoto d’Abruzzo che ha distrutto larga parte della meravigliosa città dell’Aquila ed ha visto sul campo numerosi colleghi dei Corpi permanenti e volontari del Trentino e dell’Alto Adige. I Vigili del Fuoco volontari del Trentino oggi sono composti da 4.812 unità, organizzati in una struttura gerarchica costituita da 1 federazione provinciale, 13 unioni distrettuali e ben 239 corpi comunali, la cui capillare distribuzione sul territorio ricalca quella della similare Valle d’Aosta, con la quale condivide oltre all’aspro territorio montano anche la privilegiata organizzazione autonoma.

A differenza del Corpo di Bolzano, che storicamente ebbe in dotazione prima i Mispa e poi i Sicor identici ai cugini permanenti del resto d’Italia, i distaccamenti volontari della relativa provincia erano dotati fino al 2000 di caschi metallici di foggia chiaramente tedesca, di colore nero con cresta in alluminio; successivamente hanno adottato i Rosenbauer Heros. Il Corpo di Trento invece, dopo i Violini e successivamente i Mispa, già all’inizio degli anni ’90 ha adottato il sempiterno Gallet; per il Corpo permanente della città di Trento nei colori nero, rosso e bianco rispettivamente per vigili, qualificati e direttivi con placca munita di fiamma nazionale, bande catarifrangenti posteriori in bianco con la scritta “Trento” ed adesivo riportante la mezzaluna di qualifica dell’utilizzatore del casco. I volontari invece, pur con i medesimi colori, hanno scelto bande rifrangenti e placca differenti come quelle del casco raffigurato, il CGF Gallet F1S che in collezione è posseduto nel colore da Vigile Volontario, il nero; a questo si affianca il rosso da Caposquadra ed il bianco da Capo e Vicecapo distaccamento. Sulla placca frontale, nel raro colore bianco fotoluminescente per tutti e tre i gradi, porta il fregio classico dei Vigili del Fuoco che nel tondo reca come blasone l’aquila di San Venceslao, stemma ufficiale della città di Trento dal 1407. E' un casco con una livrea insolita e di rara reperibilità.

Nella foto in basso sono raffigurati vigili volontari trentini nella messa in sicurezza di un incidente stradale, opera di Walter Cainelli
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venerdì 30 marzo 2012

firehelmetcollection compie 4 anni!

Yoni è un ragazzo. Ahmad anche. Yoni fa il pompiere. Pure Ahmad. Yoni è esperto di fughe di sostanze tossiche. Ahmad sale e scende da pareti verticali. Salvano vite umane, tutti e due. Stanno a pochi chilometri di distanza uno dall'altro, ma non si conoscono. Yoni è israeliano e Ahmad è palestinese, fanno tutti e due il pompiere, hanno lo stesso colore di camion, nei loro toraci batte lo stesso cuore, quello che non vacilla quando qualcuno chiede aiuto, quando il fuoco esce dal camino e diventa assassino. Si svegliano di notte, lavorano quando è festa; alla fine del servizio tutti e due arrotolano le manichette e riempiono la cisterna dei loro camion, per essere pronti se la sirena dovesse suonare di nuovo. Sono belli nelle foto che li ritraggono in divisa, sorridenti, semplici eroi catarifrangenti. Se solo riuscissero a stringersi la mano, come è d'obbligo fra colleghi pompieri di tutto il mondo, ecco forse potrebbero sentire che è forte, calda, un po' rovinata dal duro lavoro che fanno tutti e due, uguale. Poi magari si alzerebbe lo sguardo, e i loro occhi neri si sorprenderebbero a trovarsi così simili; e potrebbe pure venire bene un saluto... "Shalom alecha, Ahmad", "Salam aleik, Yoni"... e poi pensare, parliamo quasi la stessa lingua: è facile capire, l'uno per l'altro, che si sono augurati "La pace sia con te (amico mio, lo aggiungo io)"....
PS mentre ci siamo, Yoni, ci sarebbe anche Tahmineh, che sta a Teheran ed è proprio caruccia... Fa il pompiere pure lei...

Sono passati quattro anni dal 29 marzo 2008, quando decisi di mettere online quella passione che da anni mi spingeva a raccogliere le testimonianze per eccellenza del mestiere del pompiere, i caschi, dal 1997 quando un vecchio Pirelli fece la sua comparsa al 1999 anno dell'arrivo del casco di New York, al 2012 in cui i caschi hanno superato quota novanta. E' per descriverli e soprattutto descrivere chi li usa che è nato questo blog. All'inizio del 2010 ho installato un contatore che da allora segna 15.550 visitatori che hanno consultato 50.918 pagine. Sono numeri enormi per questo piccolo blog nato senza pretese, sono quindicimila e passa contatti fantastici con persone di tutto il mondo: ringrazio tutti, i visitatori fedeli che ritornano a leggere le nuove pagine o ripassare quelle vecchie e quelli di passaggio che poi finiscono per ritornare. Da giugno del 2010 è in funzione Flag Counter che dice da quali Paesi arrivano i frequentatori di questo sito, e ad oggi segna 80 nazioni diverse, spero che la funzione Google Translate che ho aggiunto possa esservi utile. Qui siete ospiti di pari importanza e senza distinzioni di colore, provenienza, fede politica, sesso religione o razza: qui chi viene dall'Iran potrebbe trovarsi accanto ad un amico inglese o ad uno che viene dalla Spagna: una persona collegata dal freddo Canada si potrebbe trovare insieme ad un Argentino da cui è estate. Qui c'è il semplice e rattoppato casco cubano accanto al lucido e cromato casco di Monaco, o il raro casco dei pompieri del Frejus vicino al comunissimo Mispa che però per me significa così tanto. Grazie a tutti quelli che mi vengono a trovare, e portano chi un saluto, chi una foto, chi una notizia sui loro servizi antincendi: per non parlare di chi porta un casco. Arrivederci su queste pagine!
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lunedì 19 marzo 2012

Il casco panamense Cairns 900 di Colón





La Repubblica di Panamá si trova nel Centro America caraibico: nasce da un contenzioso economico scaturito tra gli Stati Uniti e la Colombia, che possedeva i territori panamensi prima del 1903. In seguito al desiderio del presidente americano Roosevelt di aprire un canale che collegasse l'Atlantico al Pacifico, e in seguito al rifiuto da parte della Colombia di concedere la gestione dell'istmo ad un consorzio nordamericano, gli Stati Uniti inviarono nel territorio panamense la nave da guerra Nashville, che conquistò facilmente il territorio; il 3 novembre 1903, la Repubblica di Panamá dichiarò la propria indipendenza dalla Colombia. Gli Stati Uniti, primo stato a riconoscere la nuova repubblica, inviarono l'esercito a difenderne gli interessi economici legati al canale, i cui lavori di costruzione iniziarono nel 1907, intrapresi dal genio militare statunitense, e si conclusero il 3 agosto 1914, aprendo uno dei principali canali di comunicazione tra gli oceani Atlantico e Pacifico e costituendo uno dei maggiori capolavori di ingegneria al mondo. Questi due oceani oggi sono collegati con un sistema di chiuse in grado di assorbire un dislivello di circa 28 metri in un tempo che va dalle 4 alle 5 ore: ben poca cosa rispetto ai sessanta giorni occorrenti per effettuare la circumnavigazione del continente sudamericano che era obbligatorio compiere prima della sua costruzione. Colón è la seconda città del Panamá, capoluogo della provincia omonima: si trova sull'isola di Manzanillo, all'ingresso del Canale di Panamá, nel Mare delle Antille. Conta 60.000 abitanti ed è un importante centro portuale e industriale del paese; vi hanno sede stabilimenti alimentari, tessili, chimici e meccanici. La città venne fondata nel 1849, come stazione terminale della Ferrovia del Panamá; fu chiamata Aspinwall, dal nome di William H. Aspinwall, uno dei progettisti della ferrovia. L'importanza della città crebbe ulteriormente quando fu aperto il Canale di Panamá fino ad oggi, quando è diventata il secondo porto franco doganale al mondo.


La “Divisione di protezione antincendio” è stata fondata nel 1905, inizialmente composta interamente da volontari; nel 1906 nacque la prima compagnia retribuita, a Cristobal, fino a raggiungere nel 1912 la consistenza di 37 pompieri permanenti con un Capo, un assistente, sei Capitani, sei Tenenti e 15 compagnie volontarie con 252 membri. Buona parte dei mezzi era ippotrainata con l’eccezione di due camion moderni. Oggi permane la compresenza nel CBC - Cuerpo Bomberos Colón - della componente volontaria che affianca in maniera sostanziale quella permanente, che assomma a circa 180 unità: in caso di emergenza c’è il lungo fischio di una sirena di allarme udibile distintamente in tutta la città ed attiva il sopraggiungere di volontari in affiancamento ai permanenti. Il Corpo è sotto l’egida del Ministero dell’Interno e della Giustizia della Repubblica di Panamá e dispone a Colón di otto distaccamenti oltre alla Centrale: Cuartel Central, Cuartel Davis, Cuartel Coco Solo, Cuartel Sherman, Cuartel Coco Solito, Cuartel Mount Hope e Cuartel Sabanitas.

Il casco in collezione, un Cairns and Brothers nel modello “900 Clifton”, risale agli anni ’70 ed è fabbricato in una particolare mescola plastica detta “Flint-flex” per le sue doti di resistenza unita alla grande duttilità. Apparteneva al Capo della 3° stazione dei pompieri di Colòn, come testimonia il suo colore bianco e la grande placca frontale, bianca anch’essa, con caratteri dorati in campo rosso che la fanno appartenere al “Cuerpo de Bomberos Colón”. Intorno al bordo c’è la tipica, spessa banda protettiva in gomma nera, mentre intorno alla base della calotta si trova ancora il nastro adesivo originale che andava a coprire le fettucce di legatura tra interno ed esterno del casco; interno e sottogola sono tessili. Le condizioni in cui si presenta sono ottime, forse dovute al fatto che il ruolo del Capo in certi contesti è quelli di supervisione rispetto alla mera operatività; il suo casco quindi a volte subisce meno attacchi e conseguenti minori danni dovuti al calore, alle fiamme, ai colpi, urti, impatti, compressioni, graffi ed ammaccature che deve fronteggiare il casco del prode Pompiere in vece del suo proprietario.

In ultima posizione si trova una foto di mezzi dei pompieri di ultima generazione in dotazione ai pompieri di Colón, tratta da qui.
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sabato 18 febbraio 2012

Il casco degli Emirati Arabi Uniti Rosenbauer Heros Xtreme di Abu Dhabi






Gli Emirati Arabi Uniti o U.A.E. sono uno stato nel sud-est della penisola araba composto da sette emirati: Abu Dhabi, Ajman, Dubai, Fujaira, Ras al-Khaima, Sharja e Umm al-Qaywayn. Prima del 1971, erano noti come gli Stati della tregua (Trucial States), con riferimento ad una tregua imposta nel XIX secolo dai britannici ad alcuni sceicchi arabi che non contrastavano, e anzi foraggiavano, attività piratesche miranti a colpire il naviglio transitante nel tratto di mare di loro competenza, danneggiando gli interessi imperiali nel trasporto delle spezie e principalmente del tè, proveniente dall’India. La nazione confina con il sultanato dell'Oman a sud-est, con l'Arabia Saudita a sud-ovest ed è bagnata dal Golfo Persico a nord: Abū Dhabī ne è capitale ed è capoluogo dell'emirato omonimo. Fino alla metà del XX secolo l'economia di Abū Dhabī era basata quasi interamente sull'allevamento di dromedari, la produzione di datteri e verdure nelle oasi dell'interno, sulla pesca e la ricerca delle perle nella costa della città di Abū Dhabī, che allora era abitata principalmente durante i mesi estivi. La maggior parte delle costruzioni degli insediamenti di Abū Dhabī era costituita da foglie di palma, mentre le famiglie ricche vivevano in capanne di fango. Nel 1939 lo Shaykh Shakhbut bin Sultan Al Nahyan rilasciò la prima concessione petrolifera ma il primo rinvenimento di petrolio risale al 1958 ed ha preso il sopravvento sulle altre produzioni negli anni seguenti; le statistiche attuali dicono che Abu Dhabi possiede il 9% delle riserve mondiali di petrolio ed il 5% di quelle di gas naturale. Attualmente la città di Abū Dhabī è una delle città più ricche e moderne del mondo, con una vivace attività edilizia che ha costruito grattacieli sempre più alti richiamando spesso “archistar” di fama mondiale per la loro realizzazione; qui vivono quasi 900.000 persone in regime di sovraffollamento e traffico congestionato.

La Emirates Fire and Rescue Company - EFRC – è una compagnia a totale controllo governativo che gestisce il soccorso tecnico e le squadre di pronto intervento di emergenza della Polizia di Abu Dhabi, Sharjah, Ajman, Ras Al Khaimah and Fujairah sotto il controllo della Civil Defence. Da 13 stazioni dislocate sul territorio 400 vigili del fuoco, composti da personale dhabense delle forze di polizia unitamente a pompieri arrivati dall’Europa, dalla Turchia e dalla Giordania svolgono 3500 interventi all’anno basando l’addestramento sullo standard tedesco. In ogni stazione ci sono da 20 a 25 pompieri con uno o due APS ed altrettante autobotti, una piattaforma tridimensionale ed un carro fiamma con le scorte di bombole d’aria; in alcune stazioni ci sono mezzi per il soccorso pesante e per le emergenze Haz-Mat, che da noi sono le unità NBCR.

La Rosenbauer è una compagnia austriaca leader mondiale negli equipaggiamenti per i vigili del fuoco, dai mezzi antincendio fino alle attrezzature ed il vestiario. Produttrice dello storico Heros visto nel post sul Parlamento Europeo dal 2010 ha rinnovato la gamma con i due successori di questo ottimo casco, vale a dire l’Heros Xtreme per incendi strutturali e l’Heros Smart per incendi boschivi e attività di soccorso, corto sui lati e con una sola visiera, sulla falsariga degli MSA Gallet F1 ed F2. La calotta esterna è in una nuova fibra di vetro composito con una grande resistenza all’impatto e alla penetrazione, stabile anche alle alte temperature; come il suo predecessore si regola facilmente dall’esterno, anche indossando i guanti, attraverso una ghiera in zona nucale molto utile per adattarlo in funzione delle diverse situazioni di intervento. L’interno ergonomico in tessuto Aramid ha un fissaggio a 3 punti resistente a temperatura e fiamma; la visiera è doppia e unisce l’occhiale da taglio allo schermo in metacrilato per la protezione completa del volto dell’operatore. Sul frontale è possibile installare una pila conforme alla normativa ATEX sulle atmosfere esplosive. Il casco in collezione è nel particolare colore giallo fluorescente in uso a tutto il personale degli Emirati, che utilizza anche il Gallet F1SF sempre nel medesimo colore.
Nella foto personale a bordo di un Hummer in allestimento squadretta è impegnato nello spegnimento con naspetto e acqua nebulizzata di un veicolo in fiamme: l’autista indossa l’F1SF mentre il vigile ha il Rosenbauer.
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giovedì 29 dicembre 2011

Il casco aziendale Hendry di Trinidad e Tobago






Trinidad e Tobago è uno stato insulare a statuto repubblicano dell'America centrale caraibica, popolato da poco più di un milione di abitanti: la sua capitale è Port of Spain. Situata a nord-est del Venezuela nell'arcipelago delle Piccole Antille, è bagnata a nord dal Mar dei Caraibi, a est dall'Oceano Atlantico, a sud il Canale di Colombo la separa dal Venezuela mentre a ovest si affaccia sul golfo di Paria. Le due isole principali sono Trinidad (sulla quale risiede il 96% della popolazione) e Tobago, alle quali si aggiungono una ventina di isole minori; qui si alternano zone pianeggianti con aree più montuose: infatti, il punto più elevato del paese è El Cerro del Aripo, che misura 940 m. s.l.m. Le isole furono scoperte da Cristoforo Colombo nel suo terzo viaggio: egli diede il nome spagnolo "Trinidad" all'isola più grande (in omaggio alla Santissima Trinità) mentre probabilmente il nome Tobago viene dalla forma di sigaro dell'isola minore (per cui fu chiamata in spagnolo "tobaco"). Possedimenti spagnoli fino al 1797, le due isole furono occupate dagli Inglesi ai tempi della conquista francese della Spagna e fino al 1962 sono state una colonia dell'Impero Britannico: ancora oggi la lingua parlata è l’inglese.

La manifattura cartiera “John Dickinson Stationery Limited” era una compagnia di primaria importanza fondata nel 1804 da John Dickinson, che brevettò il sistema meccanizzato di produzione continua della carta, progenitrice delle odierne bobine lunghe centinaia di metri. La zona in cui nacque, l’Hertfordshire, era ricca di corsi d’acqua in grado di fornire forza motrice ai mulini destinati alla macerazione e battitura della polpa di cellulosa, ed in seguito alle laminatrici che progressivamente la riducevano allo spessore desiderato. Lo stesso reticolo di canali e fiumi poteva successivamente provvedere al trasporto dei prodotti lavorati fino ai mercati di vendita e ai porti per essere esportati in tutto il mondo. Il mulino di Nash Mill, uno dei primi convertiti a questo utilizzo, in origine era un mulino medievale di cereali: qui i Dickinson stabilirono la loro casa prima che nel 1813 un incendio molto grave lo radesse al suolo; questo episodio fu determinante nella decisione di organizzare in maniera molto efficace il servizio antincendi nelle sedi aziendali da allora in poi. Grazie al rimborso dell’assicurazione antincendi la compagnia poté ulteriormente espandersi ed aumentare la scala di produzione anche grazie alle innovazioni introdotte: nel 1850 venne brevettata la busta gommata, vera rivoluzione nel settore, nel 1929 vennero create le buste con la finestra trasparente. La compagnia nel 1910 cominciò la sua espansione in tutto il mondo, giungendo a possedere sedi in tredici nazioni tra cui Sudafrica, Australia, Nuova Zelanda e altre colonie tra cui appunto Trinidad e Tobago. Nel 1966 giunse ad essere la più grande compagnia al mondo nel settore della cartoleria ed imballaggi; nel 1999 iniziò il suo declino e nel 2007 sono stati pubblicati dei piani per tentare il suo rilancio. La John Dickinson & Co West Indies venne fondata nel 1945 ed oggi è la maggiore dei Caraibi nel settore cancelleria ed articoli da ufficio. La sua sede è a Trinidad ed esporta in tutto il sud e centro America, tra cui Haiti, Repubblica Dominicana, Porto Rico, Panama e Costa Rica; opera in un grande stabilimento in cui vi lavorano oggi circa 300 persone.

Il casco in collezione è un modello “Metro” realizzato in cuoio dalla “James Hendry” di Glasgow, in Scozia; porta sulla fronte il fregio del servizio antincendi aziendale della John Dickinson. La forma molto svasata sui lati lo fa ascrivere ai primi anni ’40, mentre dopo il 1950 le parti laterali si presentavano molto più pronunciate. La fabbrica Hendry, a dimensione familiare, fornì buona parte dei pompieri inglesi dei loro elmi protettivi in cuoio cotto e pressato a partire dalla fine del XIX secolo fino alla metà degli anni ’70; i suoi caschi erano reperibili con la cresta rinforzata in metallo bianco od ottone senza variazione di prezzo. Prima di allora i caschi, della Merryweather, erano in ottone con vistosa cresta; in seguito la Cromwell introdusse i modelli in sughero pressato e ricoperto inizialmente in cuoio e poi in tessuto resinato. I cambiamenti nella normativa sulla sicurezza sul lavoro della fine degli anni ‘60 fecero diventare inadeguato il casco in cuoio, che aveva l’interno collegato al guscio esterno grazie a soli due punti di fissaggio; i modelli in vetroresina che la Hendry cercò di proporre vennero adottati da alcune Brigate ma non in misura sufficiente da giustificare il mantenimento in attività della fabbrica, che chiuse i battenti intorno al 1975. Il casco, nonostante i molti anni, è praticamente nuovo: la sua vita operativa si è svolta in gran parte in qualche armadietto di pompiere di fabbrica al caldo sole dei Tropici.

Ringrazio per le informazioni a proposito del casco Hendry l'autore del blog inglese Barry; invece qui si trova la foto della mitica Land Rover del servizio antincendi aziendale.
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