giovedì 10 aprile 2008

Il casco italiano Mispa di Torino




 
Gli devo fare le mie più profonde scuse. Ieri sono entrato in studio e mi guardava pensieroso, dal posto d’onore che gli ho riservato sulle mensole ove trovano spazio (sempre meno: loro aumentano, lo spazio rimane quello) i miei caschi. Senza una parola come sempre, ma era offeso, si vedeva.
Lo conosco, ormai. E’ da anni che ci conosciamo, e insieme ne abbiamo passate tante; gli devo forse la vita, sicuramente qualche ammaccatura in meno. All’alluvione del 2000 mi ha riparato dai litri di pioggia che cadeva incessante nella Valsusa in cui ero distaccato, nella Cappella della Sindone bruciata undici anni fa mi ha protetto da cadute di calcinacci e urti contro tutte le sporgenze e ribassamenti che il Guarini aveva piazzato in quella maledetta, strettissima scaletta che portava al tetto sinusoidale della costruzione; alla Michelin di Cuneo in fiamme ha assistito impotente allo svanire delle mie forze mentre i fumi roventi e carichi di solfati invadevano i miei polmoni, sprovvisti di autoprotettore, ed ha seguito la mia uscita in extremis (credo che facesse il tifo per me); la sua visiera trasparente ha riparato la mia faccia estasiata mentre spegnevo macchine e cassonetti, sventravo auto con divaricatori e cesoie, rompevo vetri di case di sbadati nottambuli senza più le chiavi.
Me lo ricordo ancora il nostro incontro; giaceva di(s)messo nel magazzino generale, senza fregio e con l’interno strappato, tutto sfregiato e rigato. Ai miei occhi di ausiliario però era bellissimo, un casco tutto mio, per la prima volta dopo decine di cambi tra i due o tre a nostra disposizione; avevo dovuto racimolare una serie di favori promessi e millantati da scambiare con il magazziniere per avere un casco, e me ne uscivo felice con il MIO casco, pronto a tutto. L’opera di restauro, devo dire facilitata enormemente dal fatto di abitare a Torino, sede della ditta produttrice, era iniziata con la spesuccia fatta ipotecando parte della lauta paga da ausiliario; avevo trovato un interno nuovo, cosa non male vista la lunga vita produttiva del casco prima del nostro incontro, poi un fregio fiammante (in tutti i sensi), e soprattutto il consiglio alchemico per riportarlo ad una seconda giovinezza, cospargendone la superficie scarificata con un prodotto segreto, fabbricato in Malesia fondendo nidi di pipistrello gigante nero su fuoco di guano di Varano di Komòdo (anche se all’aspetto era lucido da scarpe…). Dopo la cerimonia di guarigione, svoltasi ovviamente in una notte di luna nera, avevo tra le mani un autentico capolavoro, nuovo di pacca, completissimo e soprattutto MIO, MIO, MIOOO!!
Devo quindi dire, dopo questo lungo preambolo, che è bastato scambiarci un’occhiata per capire il motivo del suo disappunto: “dovevi cominciare da ME, bastardo, il tuo blog!” ed ha ragione. Spero di ovviare in parte al torto cagionato con questo post, in cui ne descrivo e documento l’importanza fondamentale nella mia collezione, anzi nemmeno ne fa parte, della collezione. Lui è oltre, è semplicemente il mio casco da pompiere, e sugli scaffali ha la parte dell’anziano capofamiglia, quello a cui tutti i marmocchi di casa alla fine chiedono un consiglio e si siedono volentieri, con gli occhi rapiti e la bocca un po’ aperta ad ascoltare le storie che racconta, anche se ormai è “vecchio”. Anche quel pivello con la bocca sporca di latte del Sicor VFR2000, o quel cuginetto francese che a volte se la tira un pochino.

Il casco Mispa 1972 è l’erede di una dinastia di caschi che inizia negli anni che immediatamente precedono la seconda guerra mondiale, quando l’autarchia portò i vigili del fuoco a cercare un tipo di materiale in grado di rivestire il casco da pompiere unificato, il modello Nazionale 38; fino ad allora, la fine degli anni trenta del ‘900, erano in uso nei diversi Corpi comunali una serie di caschi differenti e costruiti su base locale con fogge abbastanza varie. Tra tutti forse il più diffuso era il modello Milano (oggetto di un prossimo post), ma erano presenti il Firenze, il Bologna, il Roma, tutti in cuoio con cresta, fregio e bandella laterale in ottone. La penuria di materie prime fece sì che il casco unificato in fase di sviluppo fosse rivestito con cuoio nero “autarchico”, cioè ottenuto conciando pellami di specie animali forse nemmeno conosciute, a rivestire una struttura di cartone pressato in una forma che ricorda la cornucopia rovesciata, anch’esso con cresta, banda laterale e fregio Nazionale in ottone, quest’ultimo riportante il numero di riferimento del Comando di appartenenza. Durante la guerra la situazione difficoltosa negli approvvigionamenti portò il servizio antincendi ad utilizzare fondamentalmente un po’ di tutto, dai vecchi Milano riverniciati in grigioverde, ai caschi mod. 33 metallici di derivazione militare, agli Adrian anche loro in tinta militare, e fece sì che si verniciasse col solito grigioverde anche il modello Nazionale 38, munendolo a volte di fregio autarchico in alluminio. Vista la scadente qualità dei materiali e l’utilizzo intensivo pochi esemplari di questo mitico casco sono giunti fino a noi, e lo rendono molto ricercato dai collezionisti.
La forma del Nazionale 38 venne vagamente ripresa dalla ditta Violini di Milano quando nei primi anni ‘50 dovette studiare un nuovo casco; la scelta del materiale cadde su un insuperabile impasto di fibre tessili e resina fenolica al posto del cuoio. Vide la luce quello che, immutato nella forma anche se prodotto da ditte diverse, verrà utilizzato fino ai primi anni del 2000 da decine di migliaia di Vigili del Fuoco nel loro duro e rischioso lavoro. L’interno del casco era in cuoio con fascia a contatto della testa e soggolo anch’essi in cuoio. La Pirelli, esauritasi la produzione Violini, riprese la stessa tipologia di elmo senza apportare modifiche di rilievo se non nel materiale utilizzato.
Alla metà degli anni ‘60 la palla passa alla Mispa di Torino, che rileva gli impianti Violini ed inizia la produzione del suo elmetto, inizialmente dotato di interno in pelle; in seguito, a partire dal 1972, “il Mispa” diventa quello che io ho utilizzato nella mia attività di pompiere, dotato di un interno in similpelle (garanzia di sudorazione continua), pesante e sbilanciato, fornito in taglia pressoché unica, la mitica II (io che porto il 59 ho dovuto ovviare artigianalmente alla strettezza della bardatura), con una visiera posticcia agganciata sui lati e soggetta a frequenti rotture; ciononostante un casco insuperabile, nonostante gli anni avanti coi tempi, che all’epoca veniva preso ad esempio dai paesi limitrofi. Il panorama europeo era desolante: la Germania era dotata di casco copiato ai limiti del plagio da quello bellico (e ripreso identico in Spagna e nei paesi dell’Europa del nord) che tra l’altro viene ancora utilizzato in numerosi Land tedeschi, idem la Francia con l’Adrian; l'Austria e la Yugoslavia portavano in intervento un pittoresco incrocio in alluminio nato dall'accoppiamento contro natura tra il modulo lunare Alfa e uno spremiagrumi; il Belgio utilizzava un casco in sughero pressato, come la Gran Bretagna; l’Olanda aveva un casco in metallo di disegno ottocentesco, il Portogallo spegneva gli incendi con un casco in ottone sbalzato, la Grecia con caschi in cuoio; il blocco orientale utilizzava nelle varie declinazioni il casco militare della Grande Madre Russia in metallo…
Negli anni ’90 logiche di appalti al massimo ribasso hanno fatto sì che si fabbricasse il casco VV.F. in vetroresina verniciata, facendo precipitare esponenzialmente la qualità rispetto all’originale impasto resina e tessuto: bastava un leggero urto (che in un mestiere come quello del pompiere è un’eventualità abbastanza frequente) e la vernice saltava rivelando il sottostante strato di un gradevole colore bianco o peggio azzurrino, creando una generazione di caschi leopardati da riparare prontamente a colpi di Uniposca sempre in tasca.
Adesso tocca al Sicor VFR2000 in uso dal 2003: bellissimo, ultratecnologico, molto più funzionale e comodo... però... per intenderci, io guardo ancora con nostalgia le poche Fiat Ritmo ancora in circolazione visto che è stata la mia prima macchina.
Nella foto in basso l'insegna della storica ditta Mispa con sede nella mia città, Torino. Campeggia sulla parete principale, accanto all'ingresso.

4 commenti:

Anonimo ha detto...

ciao archipapo,complimenti! vai così che è un gran bel blog.
Appena potrò ti invierò qualche foto. Ciao,un saluto Chris Trieste

archipapo ha detto...

Grazie a Chris, appassionato collezionista di Trieste. Grazie!

Fireman ha detto...

Ciao,
sono un ex pompiere Italiano (corso avva 118 nel lontano 1191 a Capannelle) adesso sono pompiere volontario a Marsiglia in Francia, cerco disperatamente un casco Mispa con fascia gialla (anche senza visiera), quancuno può aiutarmi ???????

firehelmetcollection@gmail.com ha detto...

Gentile amico di Mersiglia, ti posso fornire un casco come tu chiedi. Mandami il tuo indirizzo mail e parliamo di scambi!