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giovedì 16 luglio 2026

Il casco cileno Mispa di Santiago








Il Cile, ufficialmente Repubblica del Cile, è uno Stato situato nell'estremo sud-ovest del continente americano. Si estende su un lungo e stretto lembo di terra tra l'Oceano Pacifico e la Cordigliera delle Ande, con una superficie totale di 765.625 km², comprensiva di territori insulari nell'Oceano Pacifico: delle Isole Juan Fernández, Sala y Gómez, Isole Desventuradas e l'Isola di Pasqua. Il Cile reclama inoltre la sovranità anche su una zona dell'Antartide denominata Territorio antartico cileno: per questo motivo, il Cile si considera il "paese dei tre continenti". I suoi 17.910.000 abitanti dispongono di un indice di sviluppo umano (ISU), percentuale di globalizzazione, PIL pro capite, livello di crescita economica e qualità della vita tra i più elevati dell'America Latina. La sua capitale è Santiago del Cile, "San Giacomo del Cile", centro urbano più importante del Paese, la cui area metropolitana è detta “Gran Santiago” e corrisponde al capoluogo della Regione Metropolitana di Santiago. Considerata spesso un'unica città, in realtà è una conurbazione che comprende completamente il territorio di 26 comuni e parte del territorio di altri 11 comuni; gran parte della metropoli è compresa nella provincia di Santiago, alcune parti periferiche fanno parte delle province di Maipo, Cordillera e Talagante. La città è situata a un'altitudine media di 567 m s.l.m. sulle rive del Mapocho al centro del bacino Santiago, una grande valle composta da terre fertilissime circondate da montagne: è affiancata dalla catena principale delle Ande a est e dalla Cordigliera della Costa, mentre a nord è delimitata dal Cordón de Chacabuco, parte delle Ande. Queste, attorno a Santiago, raggiungono picchi elevati, il più alto dei quali, il monte Tupungato, raggiunge i 6570 m s.l.m. Nell'anno 2014 l'estensione della conurbazione era pari a 641,4 km² e la popolazione era pari a 6.158.080 abitanti che equivale a circa il 35,9% della popolazione totale del Paese e secondo le statistiche Santiago è la settima città più popolosa del Sudamerica e la 35ª area metropolitana del mondo.

In Cile il servizio antincendi è unico al mondo poiché si basa su un'organizzazione interamente volontaria, senza personale retribuito, ed è strutturato su due enti principali che operano in sinergia, a seconda della natura dell'emergenza. Il primo è rappresentato dalla associazione dei Bomberos de Chile, composta da oltre 300 corpi locali e 55.000 volontari distribuiti su tutto il territorio nazionale. Rispondono a qualsiasi emergenza urbana e industriale, inclusi gli incendi strutturali, gli incidenti stradali e il soccorso tecnico chiamando il numero unico gratuito 132. A capo c’è l’organo centrale che supervisiona e coordina le operazioni a livello istituzionale, la Junta Nacional de Cuerpos de Bomberos. Al loro fianco si trova il CONAF (Corporación Nacional Forestal) che si occupa della gestione e il contrasto degli incendi boschivi, che colpiscono frequentemente il centro-sud del paese, e gestisce la prevenzione, la pianificazione territoriale e il coordinamento delle squadre antincendio boschivo. La storia del Cile, come molte altre Nazioni, ha una forte componente migratoria che tra fine ‘800 e primi anni del ‘900 ha portato molti italiani a cercare fortuna lontano da una casa dove le risorse scarseggiavano: tra questi c’era mio nonno, che prese la nave per andare in California. Proprio per questo alcune storiche compagnie di vigili del fuoco portano nomi, uniformi, veicoli ed equipaggiamenti italiani: questo legame nasce proprio dalle ondate migratorie del XIX secolo, quando numerosi immigrati italiani si stabilirono nel Paese sudamericano, contribuendo attivamente alla vita sociale e civile delle comunità locali. È in questo contesto che vennero fondate alcune delle compagnie di pompieri più prestigiose del Cile: la più antica è la Sesta Compagnia “Cristoforo Colombo” di Valparaíso, poi venne la “Ausonia” Numero 4 di Iquique, successivamente la Quarta Compagnia “Umberto Primo” di Talcahuano, l’Undicesima Compagnia “Pompa Italia” di Santiago e solo alla metà degli anni ’50 del secolo scorso venne creata la Seconda Compagnia “Pompa Italia” di Copiapó. Oltre a rispondere alle emergenze causate da incendi e calamità naturali, queste istituzioni sono diventate veri e propri punti di riferimento culturale e sociale per la comunità italiana. Come anticipato prima la storia dei pompieri italiani in Cile ha origine appunto a Valparaíso, dove nel 1858 viene fondata la Sesta Compagnia “Cristoforo Colombo”, la più antica istituzione italiana nel continente americano. In un’epoca in cui Valparaíso era un porto internazionale e crocevia di commerci e culture, gli immigrati italiani si organizzarono per rispondere agli incendi, frequenti a causa delle costruzioni in legno e della topografia complessa della città, con colline ripide e vicoli intricati. È invece nel 1914 che viene fondata l’Undicesima Compagnia di Pompieri “Pompa Italia” di Santiago, una delle cinque compagnie straniere presenti in città, insieme a quelle di origine francese, inglese, spagnola e tedesca; di quest'ultima viene mostrato il casco in collezione ritratto nell’ultima fotografia, appartenente alla 15° Compania Alemana “Maximo Humbser”: è lo Schuberth tedesco modello F200 fotoluminescente. L’Undecima è stata appunto fondata da immigrati italiani, e ancora oggi il 100% dei membri è di discendenza italiana: questo forte legame con l’Italia si riflette non solo nella composizione della squadra, ma anche nelle tradizioni, nei registri, nelle voci di comando e persino nei festeggiamenti, come la Festa della Repubblica Italiana, celebrata in collaborazione con il Consolato e l’Ambasciata italiana. L’uniforme protettiva per le operazioni di soccorso è identica a quella utilizzata dai vigili del fuoco italiani; anche nell’uniforme di gala si possono trovare dettagli italiani, in particolare gli elmi, come quello descritto in questo post. La Pompa Italia opera sotto la stessa struttura organizzativa del Cuerpo de Bomberos de Santiago, il Corpo Nazionale, ma con peculiarità che la distinguono. La formazione dei pompieri cileni è ispirata agli standard nordamericani, in particolare alla norma NFPA 1001, che garantisce un’alta preparazione tecnica. Tuttavia, le influenze italiane ed europee sono evidenti, soprattutto nell’approccio alle emergenze e nell’utilizzo di attrezzature, oltre che la formazione: purtroppo durante la pandemia i contatti con l’Italia, come le pasantías (scambi formativi) presso le Scuole centrali antincendi di Capannelle a Roma sono stati sospesi, ma dovrebbero riprendere presto, grazie alla collaborazione con il Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco.

La ditta Mispa di Torino a fine anni ’50 rilevò le linee produttive della Violini, che aveva chiuso i battenti, per produrre i caschi da pompiere che fino alla fine degli anni ’90 hanno equipaggiato i Vigili del Fuoco italiani, la cui storia è descritta qui. Il casco in collezione fa parte della produzione iniziale, raro per le sue peculiarità costruttive oltre che per lo stato impeccabile in cui si trova. È caratterizzato dallo stesso materiale plastico utilizzato dalla Violini, da cui però si differenzia per la mancanza dei due aeratori sulla calotta, che troviamo anche nel Pirelli. Anche questo ha il medesimo interno in pelle, si ritiene prodotto dalla Sarchi che già riforniva le altre due case produttrici con sottogola anch’esso in pelle: nel decennio successivo, per intenderci la fornitura che riporta punzonato l’anno 1972 e poi la serie successiva del 1982, si opterà per il più economico similpelle con sottogola a quattro attacchi con mentoniera, in grado di assicurare migliore adesione al capo del pompiere. Sul frontale il prezioso fregio in lamierino di ottone, di foggia italiana e che qui da noi riportava inizialmente la numerazione dei Comandi (ad esempio al Corpo di Torino era stato attribuito l'83) e successivamente la croce dorata in campo rosso, originariamente attribuita alle Scuole e poi passata ad identificare genericamente il Corpo. Il casco in collezione riporta il numero 11 della Pompa Italia in campo verde, colore che tradizionalmente si lega alla Undecima e che caratterizza anche i mezzi di intervento, molto riconoscibili sul territorio appunto per questa insolita colorazione. Oggi il tipo Mispa, sia originale che di produzione locale, viene utilizzato nelle occasioni formali e nelle parate, sostituito operativamente dai Sicor con gli stessi colori del Corpo Nazionale di cui sono dotati questi Bomberos, nostri fratelli di sangue e di spirito.

Questo è il sito dell’Undecima. Nelle foto in terz’ultima e quart’ultima posizione, tratte dalla pagina Facebook, troviamo una parata ufficiale in cui vengono indossati i caschi tradizionali e il Cuartel con i Bomberos in uniforme operativa indossando i moderni Sicor EVO.

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venerdì 6 marzo 2026

Il casco iraniano Mispa del NIOC

 







L’Iran, ufficialmente Repubblica Islamica dell'Iran, è uno Stato dell'Asia situato all'estremità orientale del Medio Oriente, con capitale Teheran: ha una popolazione di circa 92 milioni di abitanti al 2025. Fino al 1935 l'Iran era noto come Persia, patria di una delle più antiche civiltà del mondo, con insediamenti storici e urbani risalenti al 7000 a.C. Il territorio dell'Iran è il diciottesimo per grandezza al mondo, con un'area totale pari a 1 648 195 chilometri quadrati: ciò equivale alla totale area combinata del Regno Unito, Francia, Spagna e Germania. L'Iran è un Paese di grande diversità etnico-culturale, composta da diverse religioni ed etnie, le quali sono principalmente derivate o influenzate dalla millenaria cultura persiana. Pur presentando problematiche legato all’integralismo religioso ed ai diritti umani, il Paese è all’avanguardia per il tasso di scolarizzazione e per la percentuale di laureati sulla popolazione; secondo la Costituzione iraniana il governo deve per legge garantire a ogni cittadino del Paese l'accesso a una rete di protezione sociale che copra pensione, disoccupazione, disabilità, calamità e trattamenti medici. La National Iranian Oil Company (NIOC) è una compagnia petrolifera posseduta dal governo iraniano e sottoposta alla gestione dell'apposito Ministero del Petrolio. La NIOC detiene il monopolio dell'industria petrolifera iraniana, questo la rende una delle più grandi aziende del mondo nel settore in termini di produzione, di riserve, di fatturato e di profitto; tra le aziende controllate vi è la National Iranian South Oil Company. Attualmente la capacità di produzione di petrolio greggio della National Iranian Oil Company è pari a 4 milioni di barili al giorno; la società produce oltre un miliardo di metri cubi di gas naturale al giorno e la sua produzione di condensato è di circa 900.000 barili al giorno. Il volume delle riserve di petrolio greggio di proprietà della società è stimato in 157 miliardi di barili ed è il secondo detentore di riserve di petrolio al mondo. La National Iranian Oil Company è la terza al mondo per produzione totale di petrolio e gas, dopo Aramco (Arabia Saudita) e Gazprom (Russia). Il servizio antincendio della National Iranian Oil Company (NIOC) è responsabile della sicurezza e della prevenzione degli incendi all'interno delle infrastrutture petrolifere e di gas iraniane, inclusi raffinerie, piattaforme offshore e complessi industriali.

Data l'importanza strategica di NIOC come terzo produttore al mondo, il dipartimento antincendio gestisce rischi elevati: interviene direttamente sugli incidenti, come confermato nel caso dell'incendio del luglio 2025 presso la raffineria di Abadan, dove i team operativi e antincendio hanno controllato una fuga di liquidi nella "Unit 70". Per mantenere l’assetto operativo e la prontezza di intervento il servizio emergenze del NIOC organizza regolarmente manovre di controllo antincendio (fire control maneuvers) nelle sue strutture, ad esempio nel distretto di Bahregan e Azadegan Manifold. Le attività includono la sicurezza delle piattaforme, come nel caso del progetto di ricostruzione dei campi petroliferi di Doroud nel distretto di Khargh; il servizio inoltre opera in siti critici come la raffineria di Abadan. A causa delle tensioni regionali, la sicurezza antincendio iraniana lavora in un contesto complesso che ha talvolta coinvolto la gestione di incendi indotti da cause esterne alle infrastrutture energetiche (come riportato in incidenti nel Golfo Persico nel 2026). Nonostante le enormi risorse petrolifere, il settore antincendio ha affrontato criticità legate alla manutenzione delle infrastrutture, con notizie che segnalano carenze nel settore dei vigili del fuoco a livello nazionale, anche a seguito del prolungato embargo in vigore dalla metà degli anni 2000, in cui l’Iran diveniva destinatario di un complesso sistema sanzionatorio adottato dalla comunità internazionale e dall’Unione Europea a causa di problemi con i diritti umani e il sospetto che stesse mettendo in atto un programma nucleare finalizzato allo sviluppo di armamenti. Non è questo il luogo in cui giudicare ma solo esprimere la solidarietà ed il supporto al lavoro dei fratelli pompieri iraniani, uguali a tutti gli altri in tutto il mondo, in questo momento così difficile e pericoloso.

Dagli anni ’50 prima la Violini poi la Pirelli iniziarono a produrre, in un impasto di resine e canapa, l’elmo la cui foggia ha accompagnato i Vigili del Fuoco italiani e di molti Paesi fino alla metà degli anni 2000. Alla metà degli anni ‘60 la palla passa alla Mispa di Torino, che rileva gli impianti Violini ed inizia la produzione del suo elmetto, inizialmente dotato di interno in pelle; in seguito, a partire dal 1972, questo è diventato quello che io ho utilizzato nella mia attività di pompiere, dotato di un interno in tre taglie; nel 1982 è uscita una nuova produzione nella medesima forma. Tra i Paesi che hanno adottato questo ottimo casco, papà di tutti quelli della attuale generazione, troviamo questo raro esemplare iraniano in dotazione al servizio antincendi del NIOC, frutto dell'ottima collaborazione e vicinanza che ha sempre contraddistinto Italia e Persia, da sempre legate da rapporti diplomatici, culturali e commerciali molto stretti. In vista del suo impiego nella gestione delle alte temperature che caratterizzano gli incendi di idrocarburi è stato munito di insolita visiera in metacrilato fissa, a differenza dei tre modelli staccabili usualmente in dotazione a questo elmetto: due attacchi temporali permettono di ribaltare questo ampio schermo e lo rendono idoneo al pesante uso petrolifero.

Nella terz'ultima fotografia si vede il casco attuale, un Cairns 660 col fregio nazionale; la foto dei pompieri del NIOC in esercitazione è tratta da qui; in ultima posizione è raffigurata l'insegna di un distributore di carburante stradale con la versione del logo che campeggia anche sul casco in collezione, superata da quello attuale.

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martedì 5 marzo 2013

Il casco italiano Mispa dei Pompieri di Marina






Sulle navi in navigazione il fuoco era al tempo stesso necessario, da tenere sempre acceso per le esigenze della vita di bordo, ma era anche il nemico più temuto dai marinai, in grado di compromettere con la sua azione incontrollata le strutture della nave fino a distruggerla; il passaggio dalla marina velica a quella meccanica con il conseguente passaggio dalla costruzione in legno a quella in acciaio, ha modificato ma non annullato un rischio che ancora oggi provoca la perdita di un gran numero di navigli. Di conseguenza contro il rischio di incendio a bordo è necessario prendere provvedimenti in grado se non di eliminarlo, cosa impossibile, almeno di limitarne le conseguenze: il primo e più importante provvedimento è quello di imbarcare un equipaggio addestrato; in seconda battuta devono essere messe in atto sicurezze attive, quali gli impianti antincendio e tutto ciò che permette al personale addetto di intervenire efficacemente, e passive, quali ad esempio le compartimentazioni tagliafuoco, in grado di ridurre al minimo il rischio di innesco e di limitare comunque l'estensione del fuoco. Molto importante per queste ultime diviene l’opera di prevenzione e sorveglianza continue a bordo. Lo spegnimento viene effettuato prelevando direttamente l’acqua del mare con apposite pompe collegate ad un anello di tubazioni, dette “tubolature” che percorre tutta la nave e da cui si diramano le "stazioni antincendio" corredate di sbocchi, manichette, un dispositivo chiamato "boccalino" che null’altro è se non la lancia frazionatrice a triplice azione; l’alimentazione è garantita da apposite pompe elettriche o a motore. In caso di combustione di idrocarburi verrà addizionato liquido schiumogeno e se l’incendio coinvolge impianti elettrici esiste a bordo dotazione di estinguenti ad anidride carbonica che, non conducendo elettricità, non espongono il pompiere al rischio di folgorazione come succederebbe con l’uso di acqua. Nei locali alloggi sono diffusamente impiegati sistemi automatici ad acqua dotati di un dispositivo chiamato "sprinkler" a pioggia, in cui una fialetta fondente apre l’erogazione d’acqua dall'ugello posto a soffitto. In posizione appropriata sono inoltre sistemati alcuni armadi detti “di sicurezza”, nei quali sono conservati materiali ed attrezzature necessari per un più efficace lavoro delle squadre di soccorso: dagli autorespiratori per accedere ai locali invasi dal fumo o allagati, alle bombole per il taglio ossiacetilenico, ai guanti, alle torce.

Il casco presentato è molto particolare perché era destinato ad operare in tutto il mondo, a bordo della nave su cui era imbarcato il Pompiere di marina che lo avrebbe dovuto indossare per svolgere la sua missione di salvataggio. Le tecniche antincendio a bordo delle Unità Navali Militari sono sostanzialmente differenti rispetto alle tecniche antincendio di terra, tanto è vero che in caso di incendio di una Unità Navale della M.M.I. i Vigili del Fuoco cosiddetti “terrestri” non sono autorizzati a salire a bordo, ma possono fornire supporto esterno. A questo scopo tutto il personale imbarcato, prima di entrare in servizio operativo, deve frequentare una formazione antincendio al centro addestramento di Taranto, a due livelli di approfondimento basico ed avanzato; qui alcuni svolgono anche il corso detto “antifalla” che insegna le tecniche di compartimentazione ed estrazione di emergenza dell'acqua imbarcata dai natanti in caso di incidente con apertura di varchi nello scafo. In quest’ottica a bordo non ci sono addetti che svolgono unicamente servizio antincendio perché la lotta antincendio è tradizionalmente in carico a tutti, dal Comandante all'ultimo marinaio, in quanto tutti possono essere chiamati a far parte della squadra antincendio. Questa è composta da 4 persone che operano in turni di quindici minuti, tempo dato dall'autonomia dell'autorespiratore e dallo stress che comporta il fare parte della squadra d'attacco al fuoco a bordo. Le cosiddette “sezioni d’incendio”, quelle a cui è assegnata la prevenzione, la manutenzione e l’attacco iniziale al fuoco sono squadre assortite composte di marinai in possesso del corso avanzato appartenenti alle categorie “fuochisti” e “torpedinieri minatori” che svolgono addestramento quotidiano alle operazioni di salvataggio ed antincendio, stante l’importanza vitale della loro opera, a cui subentra il resto dell’equipaggio se l’opera di spegnimento deve protrarsi esponendo il personale ai rischi connessi al perdurare delle operazioni. A terra invece opera specifico personale, fino agli anni ’60 di componente civile e successivamente destinato dal Corpo equipaggi della M.M.I., posto alle dipendenze del Direttore d’Arsenale o del Comandante locale; detto personale è addetto, oltre alla manutenzione delle attrezzature di spegnimento ad acqua e vapore presenti a bordo, alla prevenzione e vigilanza antincendio delle strutture e dei locali ed alla rappresentanza alle cerimonie, solennità e circostanze analoghe, sempre pronto ad intervenire in caso di incendio a terra o sulle navi in costruzione negli arsenali. Svolge ronda di sorveglianza in pattuglie miste in cui, ai Carabinieri addetti alla parte militare, si affiancano quattro membri delle squadre antincendio in assetto interventistico, perlustrando i comprensori e le imbarcazioni ormeggiate per manutenzioni.

Negli anni ’60 la Mispa di Torino prese a produrre il mitico casco, rimasto in uso fino ai primi anni 2000. I primi lotti realizzati, derivando direttamente dal casco Violini da cui vennero addirittura rilevate le linee produttive una volta smessa la produzione di questa storica ditta milanese, ricalcano pedestremente il loro successore. In collezione annovero quindi un esemplare oltremodo raro e prezioso di elmo Mispa prima serie, particolare perché presenta interno e soggolo in pelle applicati a colla al guscio esterno in resina spalmata su tessuto ma, a differenza dei caschi Violini prima e Pirelli a seguire, è privo dei due fori di aerazione laterali. Le condizioni sono ottime e si presenta inutilizzato operativamente, e riporta sul frontale il bel fregio rosso dei Pompieri della Marina, derivato direttamente dal fregio da braccio di questo Corpo in uso negli anni ’30. Oggi, dismesso questo glorioso nonnetto e dopo una parentesi di caschi Sicor Amber nel colore rosso con medesimo fregio applicato sul frontale, il servizio antincendi viene svolto con caschi Gallet F1 in rosso. In ultima posizione una immagine di un Pompiere M.M.I. in servizio con il casco descritto.
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mercoledì 9 febbraio 2011

Il casco Mispa di San Marino






Nel cuore dell’Italia centro-settentrionale, a pochi passi dalla costiera romagnola si trova San Marino, la cui denominazione completa è in realtà “Serenissima Repubblica di San Marino”; è uno dei sei microstati d’Europa, il terzo più piccolo prima del Vaticano e di Monaco. E’ un’enclave situata all’interno della Repubblica Italiana compresa tra le regioni Emilia-Romagna (provincia di Rimini) e le Marche (provincia di Pesaro e Urbino) ed è la più antica repubblica del mondo, membro del Consiglio d’Europa e, dal 1992, anche delle Nazioni Unite. Ha una superficie di appena 61,5 Km² ed una popolazione di poco più di trentamila abitanti: il suo centro storico con la Rocca ed il monte Titano fanno parte da poco tempo dei patrimoni dell’Umanità tutelati dall’Unesco. A livello istituzionale è una Repubblica Parlamentare retta da due “Capitani Reggenti”, i due Capi di Stato, che durano in carica solo per 6 mesi: il più breve mandato di un Capo di Stato a livello mondiale.

San Marino è dotata di numerosi Corpi Militari: la Milizia, che si occupa della difesa del territorio e delle istituzioni; la Guardia di Rocca che svolge attività di polizia giudiziaria, controllo ai confini e doganale; la Gendarmeria che ha funzioni di polizia e tutela dell’ordine pubblico; la Guardia del Consiglio che tutela la sicurezza dei Capitani Reggenti e del Consiglio (il nostro Parlamento); la Compagnia d’Artiglieria che protegge il Castello; la Compagnia Uniformata delle Milizie che svolge servizio nelle cerimonie ufficiali; in ultimo troviamo la Polizia Civile (assimilabile ai vigili urbani) che fa controllo, tutela e prevenzione commerciale, turistica, annonaria, circolazione stradale e soprattutto si occupa di protezione civile e servizio antincendio. Fino al 2009 questo servizio era sbalorditivamente trascurato: alcuni uomini della Polizia Civile erano adibiti a questo servizio, uno per turno da affiancare ad un altro in caso di emergenza, distaccato dalle pattuglie in servizio, a chiamata. Non esisteva un vero e proprio distaccamento di Vigili del Fuoco, ma dei membri della Polizia Civile, in tutto 5 uomini raddoppiabili a 10, una coppia per turno di 6 ore di servizio, con pochi mezzi a disposizione: un APS polivalente, un modulo boschivo Iveco ed una campagnola per svolgere circa 500 interventi annui in un territorio densamente abitato e che ospita attività a rischio anche rilevante. Dall’anno scorso la squadra è diventata di 25 persone (16 membri con 9 addetti ad eventuale rinforzo) con copertura sulle 24 ore ed è stato acquistato un insolito ma valido e moderno APS della MAN che si trova raffigurato nella fotografia in ultima posizione; va detto che in caso di emergenza vige tuttora un accordo di tutela da parte dei distaccamenti italiani limitrofi, vale a dire Rimini e Macerata, entrambi distanti alcune decine di chilometri da San Marino.

I pompieri di San Marino, oggi dotati di anonimi Gallet F1 rossi con placca dorata, in passato utilizzavano i medesimi elmi dei colleghi italiani, vale a dire i gloriosi Mispa di Torino con bande rifrangenti e sul frontale uno dei fregi più belli che mi sia capitato di vedere, l’emblema metallico della Serenissima: raffigura il Monte Titano con le tre rocche della capitale San Marino dette Cesta, Guaita e Montale. Ciascuna delle tre è sormontata da una torre d'argento merlata con in cima una penna di struzzo di colore argento (simbolo di libertà da vincoli) esternamente ci sono fronde d'alloro (a simobleggiare la saggezza) a destra e di quercia (a rappresentare la forza) a sinistra, allacciate da un cartiglio con il motto nazionale che in sé stesso è meraviglioso nella sua semplicità lapidaria: “Libertas”; in sommità reca una corona che rappresenta la Sovranità dello Stato, senza riferimenti monarchici dato che San Marino è da sempre repubblica. Il casco esce da un magazzino e non è mai stato utilizzato, porta ancora all’interno dell’imbottitura la fascia di cartoncino destinata a tenere la stessa in posizione; è sicuramente uno dei più rari in collezione perché appartiene ad un corpo così esiguo ed è stato prodotto in pochissimi esemplari.
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giovedì 10 aprile 2008

Il casco italiano Mispa di Torino




 
Gli devo fare le mie più profonde scuse. Ieri sono entrato in studio e mi guardava pensieroso, dal posto d’onore che gli ho riservato sulle mensole ove trovano spazio (sempre meno: loro aumentano, lo spazio rimane quello) i miei caschi. Senza una parola come sempre, ma era offeso, si vedeva.
Lo conosco, ormai. E’ da anni che ci conosciamo, e insieme ne abbiamo passate tante; gli devo forse la vita, sicuramente qualche ammaccatura in meno. All’alluvione del 2000 mi ha riparato dai litri di pioggia che cadeva incessante nella Valsusa in cui ero distaccato, nella Cappella della Sindone bruciata undici anni fa mi ha protetto da cadute di calcinacci e urti contro tutte le sporgenze e ribassamenti che il Guarini aveva piazzato in quella maledetta, strettissima scaletta che portava al tetto sinusoidale della costruzione; alla Michelin di Cuneo in fiamme ha assistito impotente allo svanire delle mie forze mentre i fumi roventi e carichi di solfati invadevano i miei polmoni, sprovvisti di autoprotettore, ed ha seguito la mia uscita in extremis (credo che facesse il tifo per me); la sua visiera trasparente ha riparato la mia faccia estasiata mentre spegnevo macchine e cassonetti, sventravo auto con divaricatori e cesoie, rompevo vetri di case di sbadati nottambuli senza più le chiavi.
Me lo ricordo ancora il nostro incontro; giaceva di(s)messo nel magazzino generale, senza fregio e con l’interno strappato, tutto sfregiato e rigato. Ai miei occhi di ausiliario però era bellissimo, un casco tutto mio, per la prima volta dopo decine di cambi tra i due o tre a nostra disposizione; avevo dovuto racimolare una serie di favori promessi e millantati da scambiare con il magazziniere per avere un casco, e me ne uscivo felice con il MIO casco, pronto a tutto. L’opera di restauro, devo dire facilitata enormemente dal fatto di abitare a Torino, sede della ditta produttrice, era iniziata con la spesuccia fatta ipotecando parte della lauta paga da ausiliario; avevo trovato un interno nuovo, cosa non male vista la lunga vita produttiva del casco prima del nostro incontro, poi un fregio fiammante (in tutti i sensi), e soprattutto il consiglio alchemico per riportarlo ad una seconda giovinezza, cospargendone la superficie scarificata con un prodotto segreto, fabbricato in Malesia fondendo nidi di pipistrello gigante nero su fuoco di guano di Varano di Komòdo (anche se all’aspetto era lucido da scarpe…). Dopo la cerimonia di guarigione, svoltasi ovviamente in una notte di luna nera, avevo tra le mani un autentico capolavoro, nuovo di pacca, completissimo e soprattutto MIO, MIO, MIOOO!!
Devo quindi dire, dopo questo lungo preambolo, che è bastato scambiarci un’occhiata per capire il motivo del suo disappunto: “dovevi cominciare da ME, bastardo, il tuo blog!” ed ha ragione. Spero di ovviare in parte al torto cagionato con questo post, in cui ne descrivo e documento l’importanza fondamentale nella mia collezione, anzi nemmeno ne fa parte, della collezione. Lui è oltre, è semplicemente il mio casco da pompiere, e sugli scaffali ha la parte dell’anziano capofamiglia, quello a cui tutti i marmocchi di casa alla fine chiedono un consiglio e si siedono volentieri, con gli occhi rapiti e la bocca un po’ aperta ad ascoltare le storie che racconta, anche se ormai è “vecchio”. Anche quel pivello con la bocca sporca di latte del Sicor VFR2000, o quel cuginetto francese che a volte se la tira un pochino.

Il casco Mispa 1972 è l’erede di una dinastia di caschi che inizia negli anni che immediatamente precedono la seconda guerra mondiale, quando l’autarchia portò i vigili del fuoco a cercare un tipo di materiale in grado di rivestire il casco da pompiere unificato, il modello Nazionale 38; fino ad allora, la fine degli anni trenta del ‘900, erano in uso nei diversi Corpi comunali una serie di caschi differenti e costruiti su base locale con fogge abbastanza varie. Tra tutti forse il più diffuso era il modello Milano (oggetto di un prossimo post), ma erano presenti il Firenze, il Bologna, il Roma, tutti in cuoio con cresta, fregio e bandella laterale in ottone. La penuria di materie prime fece sì che il casco unificato in fase di sviluppo fosse rivestito con cuoio nero “autarchico”, cioè ottenuto conciando pellami di specie animali forse nemmeno conosciute, a rivestire una struttura di cartone pressato in una forma che ricorda la cornucopia rovesciata, anch’esso con cresta, banda laterale e fregio Nazionale in ottone, quest’ultimo riportante il numero di riferimento del Comando di appartenenza. Durante la guerra la situazione difficoltosa negli approvvigionamenti portò il servizio antincendi ad utilizzare fondamentalmente un po’ di tutto, dai vecchi Milano riverniciati in grigioverde, ai caschi mod. 33 metallici di derivazione militare, agli Adrian anche loro in tinta militare, e fece sì che si verniciasse col solito grigioverde anche il modello Nazionale 38, munendolo a volte di fregio autarchico in alluminio. Vista la scadente qualità dei materiali e l’utilizzo intensivo pochi esemplari di questo mitico casco sono giunti fino a noi, e lo rendono molto ricercato dai collezionisti.
La forma del Nazionale 38 venne vagamente ripresa dalla ditta Violini di Milano quando nei primi anni ‘50 dovette studiare un nuovo casco; la scelta del materiale cadde su un insuperabile impasto di fibre tessili e resina fenolica al posto del cuoio. Vide la luce quello che, immutato nella forma anche se prodotto da ditte diverse, verrà utilizzato fino ai primi anni del 2000 da decine di migliaia di Vigili del Fuoco nel loro duro e rischioso lavoro. L’interno del casco era in cuoio con fascia a contatto della testa e soggolo anch’essi in cuoio. La Pirelli, esauritasi la produzione Violini, riprese la stessa tipologia di elmo senza apportare modifiche di rilievo se non nel materiale utilizzato.
Alla metà degli anni ‘60 la palla passa alla Mispa di Torino, che rileva gli impianti Violini ed inizia la produzione del suo elmetto, inizialmente dotato di interno in pelle; in seguito, a partire dal 1972, “il Mispa” diventa quello che io ho utilizzato nella mia attività di pompiere, dotato di un interno in similpelle (garanzia di sudorazione continua), pesante e sbilanciato, fornito in taglia pressoché unica, la mitica II (io che porto il 59 ho dovuto ovviare artigianalmente alla strettezza della bardatura), con una visiera posticcia agganciata sui lati e soggetta a frequenti rotture; ciononostante un casco insuperabile, nonostante gli anni avanti coi tempi, che all’epoca veniva preso ad esempio dai paesi limitrofi. Il panorama europeo era desolante: la Germania era dotata di casco copiato ai limiti del plagio da quello bellico (e ripreso identico in Spagna e nei paesi dell’Europa del nord) che tra l’altro viene ancora utilizzato in numerosi Land tedeschi, idem la Francia con l’Adrian; l'Austria e la Yugoslavia portavano in intervento un pittoresco incrocio in alluminio nato dall'accoppiamento contro natura tra il modulo lunare Alfa e uno spremiagrumi; il Belgio utilizzava un casco in sughero pressato, come la Gran Bretagna; l’Olanda aveva un casco in metallo di disegno ottocentesco, il Portogallo spegneva gli incendi con un casco in ottone sbalzato, la Grecia con caschi in cuoio; il blocco orientale utilizzava nelle varie declinazioni il casco militare della Grande Madre Russia in metallo…
Negli anni ’90 logiche di appalti al massimo ribasso hanno fatto sì che si fabbricasse il casco VV.F. in vetroresina verniciata, facendo precipitare esponenzialmente la qualità rispetto all’originale impasto resina e tessuto: bastava un leggero urto (che in un mestiere come quello del pompiere è un’eventualità abbastanza frequente) e la vernice saltava rivelando il sottostante strato di un gradevole colore bianco o peggio azzurrino, creando una generazione di caschi leopardati da riparare prontamente a colpi di Uniposca sempre in tasca.
Adesso tocca al Sicor VFR2000 in uso dal 2003: bellissimo, ultratecnologico, molto più funzionale e comodo... però... per intenderci, io guardo ancora con nostalgia le poche Fiat Ritmo ancora in circolazione visto che è stata la mia prima macchina.
Nella foto in basso l'insegna della storica ditta Mispa con sede nella mia città, Torino. Campeggia sulla parete principale, accanto all'ingresso.
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