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sabato 17 ottobre 2026

Il casco italiano MSA Gallet F1XF del Trentino







Come di consueto aggiorno il blog con l'arrivo di elmi che vanno a sostituirne altri, a seguito di rinnovamenti e nuove acquisizioni. In questo caso si tratta di un ingresso importante nella collezione, tra i più rari e preziosi sia per la carica che rappresenta, tra le massime sul territorio trentino, che per il rapporto fraterno che mi lega alla persona che lo indossa. Con Alberto ci sono stati incontri a più riprese, soggiorni nelle reciproche città, chiacchierate e condivisioni. E' stato un onore fargli da guida quando è venuto a Torino, è stato meraviglioso conoscere la sua realtà quando sono passato da San Martino, con annessa visita alla caserma e cena a seguire. Come già detto in altre occasioni, questa collezione rappresenta ben più del possesso di oggetti, per quanto meravigliosi e di per sé ricchi di storia e valore; è contatti, amicizie, scambi, saluti e, spesso, bevute, risate, sguardi che si perdono mentre ci si raccontano storie di quel che si è vissuto con quel casco addosso.

Il Trentino Alto Adige, il cui nome ufficiale è “Regione Autonoma Trentino-Alto Adige/Südtirol" è una regione italiana di 1.037.114 abitanti con Trento capoluogo; è la regione italiana più settentrionale ed è pressoché completamente montuosa. Le sue montagne si innalzano fino a quote altimetriche di 2700–3900 m. mentre a sud, sulla riva trentina del Lago di Garda si registra un'altitudine di circa 70 m s.l.m. Con i suoi 13.607 km² il Trentino-Alto Adige è una delle regioni meno densamente popolate in quanto ospita circa 1.000.000 abitanti per una densità di 74 ab/km², molto al di sotto della media nazionale, collocandosi al secondo posto dopo la Valle d'Aosta nel rapporto tra numero di abitanti e superficie territoriale. In seguito alla riforma statutaria del 1972 la regione ha trasferito gran parte delle competenze direttamente al Trentino, corrispondente alla Provincia autonoma di Trento, e all'Alto Adige, corrispondente alla Provincia autonoma di Bolzano. Il Trentino-Alto Adige fa parte anche di un'associazione di cooperazione transfrontaliera istituita nell'ambito dell'Unione Europea, l'Euroregione Tirolo-Alto Adige-Trentino. Tutta la regione ospita distese di boschi di conifere e faggi alternati a prati e pascoli in cui trionfano una moltitudine di specie di fiori ed erbe alpine che la popolazione sfrutta per il pascolo dei bovini, il cui allevamento rappresenta una voce importante dell’economia regionale, anche grazie all’ottima distribuzione delle risorse idriche.

La Provincia Autonoma di Trento dal 1863 si è dotata di un Civico Corpo di Pompieri; l’attuale Corpo Permanente ne è erede. L’organizzazione antincendi era inizialmente strutturata su base comunale e tale rimase fino al 1935, quando si optò per un unico organo provinciale: a Trento venne quindi creato l’85° Corpo pompieri, con distaccamenti in vari comuni. Nel 1941, con la creazione del Corpo Nazionale Vigili del Fuoco, l’85° entra nel nuovo organismo. Successivamente, in virtù dello speciale statuto di autonomia, la Regione Trentino-Alto Adige, che ha il potere di emanare norme legislative anche in materia di Servizi antincendi, nel 1954 crea i Corpi Permanenti di Trento e Bolzano, sciogliendo l’85° Corpo ed i relativi distaccamenti. Nel 1978 la Regione Trentino Alto Adige delega alle due Province Autonome di Trento e Bolzano le funzioni amministrative connesse ai Servizi antincendi con il trasferimento in capo a queste dei compiti operativi, amministrativi e logistici dei rispettivi Corpi Permanenti. Con la legge 12/1983 la Provincia Autonoma di Trento, nel riordinare la propria struttura burocratica, istituisce il Servizio Antincendi, del quale il Corpo Permanente va a costituire il “Settore operativo di emergenza”. Nel 1990 il Servizio Antincendi è incluso nel neo costituito Dipartimento per la Protezione Civile, che comunque opera in stretta collaborazione con il Corpo Nazionale Vigili del Fuoco, come avviene in occasione di molteplici calamità naturali ed ha visto sul campo i colleghi dei Corpi permanenti e volontari del Trentino e dell’Alto Adige. I Vigili del Fuoco volontari del Trentino oggi sono composti da 4.812 unità, organizzati in una struttura gerarchica costituita da 1 federazione provinciale, 13 unioni distrettuali e ben 239 corpi comunali, la cui capillare distribuzione sul territorio ricalca quella della similare Valle d’Aosta, con la quale condivide oltre all’aspro territorio montano anche la particolare organizzazione autonoma. 

A differenza del Corpo di Bolzano, che storicamente ebbe in dotazione prima i Mispa e poi i Sicor identici ai cugini permanenti del resto d’Italia, i distaccamenti volontari della relativa provincia erano dotati fino al 2000 di caschi metallici di foggia chiaramente tedesca, di colore nero con cresta in alluminio: questo modello, presente in collezione, è stato descritto qui; successivamente hanno adottato i Rosenbauer Heros. Il Corpo di Trento invece, dopo i Violini e successivamente i Mispa, già all’inizio degli anni ’90 ha adottato il sempiterno Gallet; per il Corpo permanente li adottava nei colori nero, rosso e bianco rispettivamente per vigili, qualificati e direttivi, ed era accompagnato dalla placca munita di fiamma nazionale, bande catarifrangenti posteriori in bianco con la scritta “Trento” ed adesivo riportante la mezzaluna di qualifica dell’utilizzatore del casco. Ora è passato al Draeger HPS7000 come alcuni Corpi del Trentino, che stanno progressivamente sostituendo i Gallet F1S di prima generazione; alcuni Corpi indossano il Rosenbauer Heros con la medesima livrea mentre molti altri Corpi volontari invece, pur con i medesimi colori, hanno scelto il Gallet F1XF come quello ritratto nelle fotografie. Quello precedentemente in collezione era un F1SF nel colore da Comandante e Vicecomandante del Corpo comunale nel colore bianco, raffigurato nel precedente post qui; gli altri in dotazione sono rosso da Caposquadra e nero da Vigile Volontario, raffigurato qui. A questi colori si aggiunge appunto il raro colore cromato, quello appena entrato in collezione, che viene destinato agli Ispettori e Vice Ispettori distrettuali, che oltre all'insolito colore hanno anche una placca differente, anch'essa cromata: viene quindi complessivamente indossato da 26 persone. Sulla placca, che invece per i caschi "locali" è appunto nell'insolito colore bianco fotoluminescente per tutti e tre i gradi, tutti portano il fregio tipico dei Vigili del Fuoco trentini che nel tondo reca come blasone l’aquila di San Venceslao, stemma ufficiale della città di Trento dal 1407. Nell'ultima fotografia c'è l'amico Alberto, che sovrintende al Distretto di Primiero (che ha un sito visitabile qui), che ringrazio anche per le precisazioni a proposito delle dotazioni in materia di elmi.

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lunedì 19 gennaio 2026

Il casco respiratorio inglese Siebe Gorman







Giunge in collezione uno dei caschi più desiderati e difficili da trovare. È quindi con grande soddisfazione che presento questo pezzo, lungamente cercato e atteso, che compare raramente sul mercato e quando capita lo fa a prezzi stratosferici e spesso presentando pesanti segni degli anni passati e degli strapazzi subiti, due problematiche che finora mi avevano fatto desistere. Poi finalmente, grazie a contatti e scambi tra i soliti colleghi, è arrivato lo splendido esemplare che vado a presentare.

Nel campo degli elmi respiratori, in origine destinati ai palombari e successivamente estesi a chi doveva accedere a luoghi inquinati e invasi dal fumo, come tipicamente i pompieri, c’è un marchio che più di ogni altro unisce i collezionisti di tutto il mondo. Si tratta della famosa azienda Siebe, Gorman & Co. Ltd. (ultima denominazione sociale in ordine temporale), fondata a Londra dall’ingegnere sassone Augustus Siebe. Nel 1823, due fratelli inglesi, Charles e John Deane, idearono il primo embrionale scafandro da palombaro effettivamente utilizzabile sott’acqua, una realizzazione ancora primordiale ma efficace. Le cose cambiarono quando decisero di rivolgersi all’ingegner Siebe per migliorare il loro elmo: ciò decretò il vero successo commerciale di questa attività, che diventò la prima e più famosa azienda del mondo; fu allora che la denominazione pubblicitaria divenne “Submarine Engineers”, vale a dire ingegneria sottomarina. Per intenderci, quella dei caschi imbullonati alla muta da subacqueo che permetteva di lavorare in immersione in totale sicurezza e tenuta stagna. L’esperienza maturata si allargò, sul finire del XIX secolo, ai caschi per ambienti contaminati: industrie, cantieristica, sotterranei e luoghi invasi da fumi e vapori: in altre parole, il mestiere del pompiere. Tale successo è continuato nel tempo arrivando, tra alterne vicende societarie, fino al 1999 quando si fuse con la BTR Plc. andando a formare la società Invensys, acquisita nel 2014 dalla multinazionale francese Schneider Electric. Una lunga storia, che partendo dal l 1819, quando la Augustus Siebe non produceva ancora attrezzature da palombaro ma era una semplice azienda meccanica e successivamente armiera, fanno in tutto 180 anni di vita ininterrotta, pur con leggere differenze nella denominazione. La prima fu “A. Siebe” e la ritroviamo sulle attrezzature da palombaro costruite tra il 1839 e il 1870. Dal 1870 e fino al 1879 l’azienda prese il nome di “Siebe & Gorman” quando Mary Siebe, la figlia dell’ingegnere fondatore, sposò William Augustus Gorman (un capitano marittimo irlandese il cui vero nome era O'Gorman) creando una nuova partnership con il secondo figlio di Augustus Siebe, Henry H. Siebe. Dal 1881 fino al 1904 la ritroviamo come “Siebe, Gorman & Co.”, trasformata dal 1905 in avanti in “Siebe, Gorman & Co. Ltd.”, che è appunto il contenuto della placca punzonata sull’elmo in collezione, databile quindi agli inizi del ‘900.

Siebe Gorman è stata la prima azienda a registrare lo Smoke Helmet, un casco destinato a chi doveva operare in luoghi fumosi e privi di ossigeno o con gas pericolosi come miniere, incendi e simili. Veniva indossato sopra l’uniforme da intervento da un pompiere che riceveva aria fresca pompata attraverso un tubo in gomma da un altro vigile che si trovava a distanza di sicurezza. Il casco è composto da una calotta, una parte frontale e una parte posteriore in pelle per proteggere la nuca; nella parte anteriore è presente una visiera composta da due piccole ante apribili in vetro micaceo, usato perché resiste ad alte temperature senza rompersi, montate su telaio in alluminio in uno dei primi utilizzi di questo metallo. Sui lati sono presenti i due attacchi per l'ingresso dell'aria tramite due tratti di tubazione, che si raccordano sulla nuca e confluiscono in unico tubo collegato al mantice azionato in esterno dal secondo operatore. Sulla calotta è presente la valvola di scarico in sommità, che permette di espellere l’anidride carbonica emessa durante l’uso. L'interno è molto semplice, essenzialmente composto da quattro strisce di tela che sospendono il casco sulla testa dell’operatore. Nella parte inferiore del casco sono presenti alcune falde di pelle, utilizzate per fissare il casco alla giacca dell'operatore insieme ad una fettuccia, anch’essa in pelle, che veniva stretta tirando i fiocchi fissati alle estremità, il tutto con lo scopo di fornire tenuta al sistema. Attaccata ad una catenella sul casco dell'operatore e fissata sul mantice c'erano due targhette identiche (quella attaccata al casco è ritratta nella quinta fotografia) che indicavano il codice di comunicazione tra i due operatori, da realizzare tramite la tubazione di collegamento: l'operatore all'interno aveva tre messaggi, 1 strattone significava “più aria”, 2 strattoni “dare più tubo” mentre il terzo messaggio significava “PORTATEMI FUORI IMMEDIATAMENTE”; quello all'esterno con tre strattoni impartiva l'ordine di evacuazione immediata al collega impegnato nell'intervento. Nei modelli successivi, tuttavia, nel tubo dell'aria fu incorporato un sistema acustico che consentiva la comunicazione diretta con l'operatore del mantice. Se il soffietto era azionato da un operatore esperto, era possibile aprire la visiera per consentire al pompiere una maggiore visibilità, mentre la pressione positiva dell'aria nel casco impediva al fumo di raggiungere chi lo indossava. Sebbene risultasse efficace per consentire lo svolgimento delle operazioni di spegnimento o ricognizione, la profondità di penetrazione all'interno di un edificio era vincolata alla lunghezza del tubo dell'aria; per questo motivo questa attrezzatura fu sostituita negli anni trenta del ‘900 dall'introduzione di autorespiratori autonomi, tra cui si trovano i primi Draeger a ciclo chiuso con rigenerazione del CO2, tristemente utilizzati anche nelle camere a gas naziste. Per quanto attiene invece il Siebe Gorman, il fratello pompiere Eddy che vive a Ieper, anche detta Ypres dalla componente belga francofona, mi conferma che era utilizzato nei soccorsi verso i militari soffocati e ustionati a seguito degli attacchi con uso dei gas, tra cui la famigerata Iprite che deve il suo nome appunto a questa città, duramente colpita negli anni dal 1914 al 1918 dal primo conflitto mondiale.

Il Comando di Torino ne aveva in dotazione alcuni esemplari, due dei quali sono conservati nella vetrina storica del Distaccamento di Grugliasco, dove fanno bella mostra insieme ad altri caschi e cimeli vari. Nei decenni hanno permesso di effettuare salvataggi altrimenti impossibili, salvando tante vite e permettendo al pompiere di compiere degnamente la sua missione: Sauver ou Périr, salvare o morire, per dirla con il motto dei fratelli francesi.

La prima fotografia è tratta dall'interessante sito Radio Guy di New York con un sacco di esempi di sistemi respiratori. La seconda foto, tratta da qui, ritrae il sistema completo conservato al Lovestowft Maritime Museum inglese. Qui un interessante articolo della London Fire Brigade a tema sistemi respiratori.


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martedì 24 giugno 2025

Il casco italiano modello "Torino"










Ognuno dei caschi presenti nella raccolta è affascinante e ognuno di loro racconta una storia, che sia nuovo fiammante come il casco di Parigi o sia distrutto come il casco di Myanmar, di prossima presentazione. Ci sono caschi molto rari come quello di Praga o di Tunisi, famosi come quelli di New York, anche se ovviamente il primo, direttamente fuori concorso, è il mio, il Mispa utilizzato dal sottoscritto nei suoi anni operativi. Poi un giorno di qualche mese fa ti segnalano che forse quello in vendita nella raccolta in dismissione di un collezionista francese è un elmo italiano, tu clicchi il link e ti compaiono le fotografie del Santo Graal, del casco-chimera, quello visto solo in fotografia e nei musei. Dimesso, in mezzo ad altri articoli pompieristici, dopo pagine e pagine di fregi e attrezzature, compare il casco di tutta la vita, quello che nemmeno cercavi ma solo sognavi, e lo riesci a riportare a casa, qui nella città dove ha prestato il suo lavoro quasi centocinquant’anni fa. Con grande emozione e soddisfazione sono diventato proprietario di un casco modello “Torino”, quello che molti nemmeno sanno che sia esistito, offuscato dal più famoso modello “Milano”, o il “Roma”, “Firenze” e “Bologna”, tutti caschi noti e rappresentati nei vari cataloghi dell’epoca. Il “Torino” non compare nella documentazione per la sua probabile origine mitteleuropea, mai entrata in commercio in altre città al di fuori della mia.

Il servizio antincendi a Torino nacque il 27 luglio 1442 quando, dando l'incarico ad alcuni artigiani della città di costruire delle attrezzature utili all'estinzione degli incendi, si intese creare un organismo per la difesa civile della popolazione. Tra le arti chiamate dal governo cittadino a concorrere all'estinzione degli incendi, figurava anche quella dei brentatori; questi, nelle loro mansioni ordinarie, trasportavano il vino dai carri-botte alle botti degli osti con dei recipienti chiamati brente; da queste trae appunto origine la denominazione di brentatori. Con i recipienti calzati a spalla questi, nei momenti di emergenza, trasportavano l’acqua dopo averla prelevata dai pozzi e dalle bealere, i torrenti urbani una volta così diffusi. Per accorrere più prontamente in caso di bisogno, essi abitavano tutti nei dintorni della chiesa di Santo Spirito, tuttora esistente in via Cappel Verde nel cuore della Torino antica, a due passi dal Duomo. Le sue campane, battendo a martello, avevano il compito di allertarli per l’incombente pericolo. Per dare manforte alle brente utilizzate per il trasporto dell'acqua sul luogo dell'incendio, bisognerà attendere la prima metà del Settecento perché si sostituissero delle macchine in grado di fronteggiare meglio e con un margine di successo l'incendio: le pompe a mano. Diventata capitale del Ducato Sabaudo, il 20 aprile 1786 il Re Vittorio Amedeo con un Regio Regolamento, stabilì le modalità di intervento e il comportamento degli uomini e delle pompe destinate all’opera di estinzione, nonché l’individuazione del personale, tra gli artiglieri del Corpo di Guardia alle quattro porte della città di Torino, e le norme del loro allertamento ad incendio avvenuto, creando così il “Corpo di Truppa senz'armi”, le Guardia-fuochi nel corposo numero di circa 150 unità operative. Quello che potrebbe definirsi il punto di partenza della storia dei pompieri di Torino con la loro vera costituzione "ufficiale", porta la data del 22 ottobre 1824 con l'istituzione, da parte del re Carlo Felice con le sue Regie Patenti, della Compagnia Guardie a Fuoco per la Città di Torino. Inizialmente l’organico era composto da 43 uomini: un Capitano, un Tenente, due Sergenti, otto Caporali, un Trombettiere e 30 Operai guardie; due anni dopo venne aumentato di sei unità più un Capitano Comandante e un Luogotenente. I componenti la compagnia erano prevalentemente artigiani e operai impiegati nelle diverse officine della città. Essi avevano l’obbligo di esercitarsi con le varie attrezzature tutte le domeniche mattina. Nel 1862, dopo il gravissimo incendio della Casa Tarino di via Po, che causò la morte di ben 17 persone tra i soccorsi e i soccorritori, il Consiglio Comunale adottò dei provvedimenti migliorativi, istituendo cinque stazioni di guardia, collegate telegraficamente con la Stazione Centrale di Palazzo Civico, e portando l’organico a 101 unità. Sempre nell’ambito di questi provvedimenti si installarono delle bocche d’acqua per il rifornimento idrico, distribuite nelle principali vie e piazze divennero circa 700 nel 1899. Tutte le stazioni furono dotate di una scala aerea costruita e brevettata dall’artigiano Paolo Porta. Questo nuovo tipo di scala a sfilo fu la prima nel mondo, e Torino venne così a disporre dal 1863, prima di altri corpi pompieristici, di un attrezzo di estrema importanza che determinava un nuovo modo di operare in caso di incendio negli alloggi ai piani alti delle case. Venne acquistato anche il primo apparecchio per ambienti irrespirabili, sostituito poi nel 1890 da uno più moderno inventato dal Cav. Luigi Spezia, comandante dei pompieri di quel periodo. Nel 1883 avvenne l’inaugurazione della storica Caserma delle Fontane di Santa Barbara, ubicata nell’antica strada di S. Barbara - poi Corso Regina Margherita- che fu per cento anni la Sede Centrale. Nello stesso anno venne acquistata la prima potente pompa a vapore “THIRION”, montata su di un carro a quattro ruote, con sospensioni a molla e trainabile da una pariglia di cavalli. Capace di una forza di 40 cavalli-vapore, era in grado di erogare circa 2000 litri al minuto. Dopo undici minuti dal momento dell'accensione della caldaia, si ottenevano le sette atmosfere necessarie per il normale funzionamento della pompa. Dal 1885, la gloriosa denominazione di Guardie-Fuoco venne abbandonata quando ormai questa non rispecchiava più il nuovo modello organizzativo. All’artigiano, che solo all’occorrenza veniva impiegato per il soccorso, si sovrapponeva la figura sempre più preparata del pompiere professionista, con un rapporto di lavoro di tipo stabile. Nacque così la Compagnia Pompieri di Torino, e si affacciava così una figura di pompiere sempre più preparato professionalmente, dotato non di sola forza fisica e coraggio, ma anche di capacità nell’utilizzare le attrezzature sempre più complesse che le industrie cominciavano ad approntare per questo specifico servizio. Un aspetto molto importante era dato dal rapporto di fiducia che si era instaurato con la gente, che aveva ormai familiarizzato con la figura del pompiere, apprezzandone il suo insostituibile ruolo all’interno della società; la gente lo sentiva come uno di loro, poiché era uno di loro, una persona del tutto comune capace però nei momenti critici di farsi carico della sicurezza della collettività. La Compagnia si presentava alle soglie del Novecento come un organismo efficiente, compatto e ben dotato di tutti gli strumenti che la tecnologia del tempo poteva offrire. Cominciava in definitiva ad affermarsi una figura di pompiere sempre più preparato con, non solo più forza fisica e coraggio, ma anche capacità nell’utilizzare le attrezzature sempre più complesse. Abbandonata quasi del tutto la trazione animale, nel 1907 il Corpo venne dotato delle prime quattro vetture con motore a benzina per il traino delle pesanti pompe a vapore e il trasporto del personale.  La scelta, inevitabile, cadde su autoveicoli Fiat, modello “Camioncino” della potenza di 24/40 HP con trasmissione a catena; di due sole automobili si conosce il numero di targa: 63-1621 e 63-2143. Ma il grande salto tecnologico avvenne due anni dopo, con l’acquisto delle prime due autopompe in vista dell’Esposizione Universale di Torino del 1911, che rimase celebre nella storia delle esposizioni per la sua importanza. I tempi di intervento si ridussero drasticamente permettendo ai pompieri di giungere sul luogo del sinistro non più affaticati ma in grado di operare immediatamente e con la giusta determinazione. Finalmente l’acqua non veniva più spinta con la forza fisica o con il vapore, ma con potenti pompe mosse dai motori delle vetture, mentre il campo di attività si allargava sempre di più. Il fuoco non rappresentava più il solo nemico da “affrontare” e “combattere”: qualunque evento naturale e non che potesse alterare e turbare il normale andamento della vita quotidiana come una fuga di gas, una porta da aprire, un tram deragliato, un cavallo in difficoltà, un cane nel pozzo, vedeva accorrere i civici pompieri, che per ogni differente intervento dovevano disporre del giusto mezzo e della giusta attrezzatura.

Come accennato sopra, il casco in collezione è appunto il rarissimo e prezioso modello “Torino”: il fabbricante è ignoto, ed è entrato nella dotazione dei pompieri torinesi a partire dalla fine dell’ottocento, si pensa in concomitanza con il Congresso pompieristico internazionale del 1887 probabilmente in seguito ad un ordine effettuato a qualche ditta presente in esposizione, con lo scopo di dotare i Pompieri di un copricapo efficiente in sostituzione del berretto di panno da lavoro indossato fino ad allora. È rimasto in uso fino al 1924 quando è stato gradatamente sostituito dal modello “Milano” con il medesimo fregio, che viene raffigurato nelle due ultime fotografie. A partire dal 1938 è poi subentrato il modello Nazionale 38 che ha coperto gli anni della 2° Guerra mondiale fino agli anni cinquanta del ‘900, abbandonato con l’arrivo dei Violini e poi dei Mispa dal 1972. L’elmetto è realizzato in cuoio nero rigido con cresta superiore e profili in ottone, presenta aeratori cupolari e le falde posteriore e anteriore sono staccate, questo lo fa assomigliare ai modelli “Pickelhaube” per la sua foggia simile ai caschi tedeschi ed austriaci del medesimo periodo; giustapposto sul frontale si apprezza il meraviglioso fregio del Corpo di Torino, il blasone della Città con il toro e la torre soprastante; ai lati porta le tipiche asce incrociate ed in alto, in uscita dagli spalti della torre, la fiamma simbolo del nostro servizio. Reca sui due lati i galloni da sottufficiale costituiti da una doppia V rovesciata probabilmente ascrivibile al grado di Brigadiere, ed il soggolo in cuoio che viene fissato al corpo del casco da due rosette anch’esse in ottone: quella di sinistra ha una cannuccia porta piumetto, ed il concomitante fatto di avere il fregio frontale fissato con attacco a vite ha portato alla convinzione che sia destinato al duplice utilizzo operativo e da parata, permettendo al sottufficiale di apporre una coccarda tricolore e piumetto per le occasioni ufficiali e poterli togliere facilmente in intervento per maggiore praticità, essendo il suo grado ben visibile grazie al gallone laterale. Di converso invece gli ufficiali avevano in dotazione un casco esclusivamente "da parata" simile a quello dei vigili urbani in feltro, anch'esso con coccarda e piumetto ma con sottogola metallico di tipo francese e un fregio più elaborato e decorato con smalti colorati.

Ringrazio l'ottimo Archivio Storico del Comando di Torino per le preziose informazioni e il titanico lavoro di conservazione e divulgazione del materiale inestimabile qui conservato e salvato da morte certa da un nutrito gruppo di volontari; da qui arriva la foto dei pompieri sul camioncino Fiat descritto nel precedente capoverso, in cui si può notarne uno indossare il medesimo casco con la coccarda e, poco intelligibile, il piumetto. Le informazioni sulla storia del servizio antincendi torinese sono tratte da vari articoli, principalmente da questo sito preziosissimo e dall'ottimo numero dei Quaderni di Storia Pompieristica edito in occasione del bicentenario della nascita ufficiale dell'83° Corpo di Torino, che in realtà ha sulle spalle qualche centinaio di anni in più. Dal sito "Miles Forum" invece ho tratto la quart'ultima foto del casco Milano che ha sostituito a metà degli anni '20 il "Torino", anch'esso con i galloni, in questo caso da caporale; dal completo ed esauriente libro di Claudio Masina, purtroppo al momento esaurito presso l'editore, invece è tratta la terz'ultima fotografia che ritrae il medesimo casco di tipo "Milano" con i galloni da sergente e il piccozzino coevo in dotazione al pompiere. In penultima posizione sono raffigurati un pompiere in divisa da fatica e berretto in panno, un ufficiale con il copricapo da parata ed un vigile in assetto operativo con il casco modello "Torino", tratto dal numero dei Quaderni summenzionato; infine l'ultima immagine raffigura il manifesto celebrativo del Convegno pompieristico e concorso mondiale del 1911 in cui si vedono tre vigili ed un autista in assetto operativo, mentre il primo porta il tipico cappello in panno di lana, i tre pompieri indossano il casco descritto in questo post, chiaramente identificabile dalle falde separate, la cresta superiore e gli aeratori.

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venerdì 4 marzo 2016

Il casco nazionale tunisino Gallet F1S






La Tunisia, ufficialmente Repubblica Tunisina (el-Jomhūriya it-Tūnisiya), è uno Stato del Nordafrica bagnato dal mar Mediterraneo e confinante con l'Algeria ad ovest e la Libia a sud e a est. Si ritiene che il suo nome, Tūnus, abbia origine dalla lingua berbera, con il significato di promontorio, o, più probabilmente, "luogo in cui passare la notte". Il francese e l'italiano sono lingue molto diffuse, e sono utilizzate nella pubblica amministrazione, nell'istruzione superiore e nel commercio. ll 40% della sua superficie è occupato dal deserto del Sahara, mentre gran parte del territorio restante è composta da terreno particolarmente fertile; possiede inoltre circa 1.300 km di coste facilmente accessibili. Il Paese, è piccolo ed ha una popolazione di circa 11 milioni di abitanti, con una grande percentuale, oltre un milione, che vive all’estero, principalmente Francia e Italia: vale la pena di ricordare che, come gli altri Paesi del Maghreb, dal 1881 al 1956 la Tunisia, pur formalmente retta dal Bey o Signore di Tunisi, fu soggetta al protettorato francese. Oggi Tunisi, capitale del governatorato omonimo, è una città di 728.453 di abitanti che diventano 2.321.227 se si considera l'area metropolitana, numeri che la rendono, oltre che la città più popolosa  della Tunisia, anche la maggiore dell'Africa settentrionale.

In Tunisia i pompieri appartengono all’Ufficio Nazionale della Protezione Civile, e fanno parte delle forze di sicurezza del Ministero dell’Interno. Vi è una organizzazione centrale nazionale, che tra le altre cose gestisce il Centro di formazione nazionale di Naassen, e 24 direzioni regionali, che sovrintendono 35 stazioni di intervento, una brigata speciale di salvataggio e USAR, 19 centri di soccorso secondari e dieci posti avanzati dislocati nelle maggiori imprese private a maggior rischio di incendi. Il personale in uniforme si divide tra gli ufficiali che vanno da sottotenente a colonnello, i sottufficiali da sergenti ad aiutanti capo (il nostro Capo Reparto Esperto), mentre la base è composta da caporali e caporali superiori, per dare loro importanza gerarchica in caso di interventi congiunti con altre Armi statali. Hanno un ricco parco mezzi che vanno dai mezzi di soccorso sanitario, sia medicalizzati che di base, ai mezzi di estinzione (APS, ABP, ecc.) a quelli di soccorso (autoscale, gru, mezzi polisoccorso). A ciò si unisce la preziosa opera di prevenzione degli incendi, svolta tutti i giorni dai pompieri tunisini in affiancamento all’instancabile opera di soccorso e protezione dagli incendi.

Anche i pompieri tunisini, come gli altri di ascendenza francofona, negli anni sono passati attraverso i caschi Adrian per approdare al ben noto e diffuso elmetto Gallet F1, nella versione cromata di indubbio fascino estetico, oltre che funzionale: si vedano in proposito i due caschi già illustrati in precedenza, quello dell'Algeria e quello del Marocco, quest'ultimo in fase di aggiornamento con l'arrivo di un nuovo splendido esemplare. La particolarità del casco in collezione è la rara placca con fregio in rilievo, dotazione dei pompieri di questo Paese oltremare così vicino a noi, in cui troviamo raffigurato il simbolo dell’ente di appartenenza. Questo è composto dalla cartina stilizzata del Paese ai cui lati sono posti un ramo di ulivo e una spiga di grano, in sommità reca la mezzaluna con la stella ed al centro gli strumenti del lavoro, vale a dire la lancia antincendi e l’ascia sormontate dal profilo del vecchio casco Adrian oggi solo più destinato alle parati; in ultimo nel cartiglio si trova la scritta “Corpo Speciale Vigili del Fuoco” e la scritta "Allah è Maometto". Questo fregio viene montato sulla placca classica dei Sapeurs Pompiers in cromo, come il casco e costituisce un raro e interessante pezzo della collezione, testimonianza del servizio di questi fratelli a noi così vicini. Nella fotografia, presa da qui, si notano due sapeurs tunisini in intervento, del tutto paritetici nonostante l’ufficiale, mostrato sulla destra, appartenga al sesso femminile, retaggio dell’apertura e della laicità che, da sempre, contraddistinguono questo popolo. Qui si trova il sito dell’Ufficio di protezione civile.
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venerdì 25 novembre 2011

Il casco cubano Cairns 770 dell'Avana





Il casco che sto per descrivere viene da un Paese che racchiude in sé molte sfaccettature. Cuba è sole dei tropici, gente sorridente dentro macchine scassate e radio a tutto volume, case diroccate un tempo splendide; Cuba è un sogno, un’utopia, la speranza che tutto sia possibile calata dentro una povertà endemica ed un livello di libertà di opinione purtroppo ridotto, il tutto condito con il sorriso: sempre e comunque. Cuba è il posto dove i bambini studiano da 5 a 16 anni e spesso vanno all’Università; il sistema scolastico è eccellente e richiama studenti dall'estero. A Cuba le persone si ammalano pochissimo: ogni cubano infatti ha accesso gratuito a medici, infermieri, specialisti (chi ha visto il film “Sicko” di Michael Moore ricorderà la parte in cui si parla di questo Paese). A Cuba nessuno soffre la fame: il governo garantisce casa, lavoro e cibo a tutti i cittadini oltre ad un salario sociale minimo. Per alcuni è il rifugio del Demonio, luogo che ospita una dittatura molto severa, dove
l'accesso a Internet è ristretto per molti, dove dire che non si è d'accordo con papà Fidel può costare caro, mentre per altri è il Paradiso dove le persone vivono molto bene con molto poco. Io questo non lo posso giudicare, non essendoci purtroppo mai stato: del resto questo blog si occupa di parlare dei caschi dei pompieri e di chi li indossa. Onore quindi ai Bomberos cubani!

La Repubblica di Cuba è un arcipelago che comprende quasi 4200 isole e isolette dette "cayos" che circondano l'isola principale; è posto tra il Mar dei Caraibi, il Golfo del Messico e l'oceano Atlantico. Verso nord si trovano gli Stati Uniti e Bahamas, ad ovest il Messico, a sud le Isole Cayman e la Giamaica, e a sud-est Haiti. Dopo gli anni coloniali alle dipendenze della Spagna Cuba passò di fatto sotto il controllo degli Stati Uniti che durò fino al 1958, quando l'avvocato Fidel Castro riorganizzò dal Messico la lotta contro la dittatura insieme ad alcuni volontari, tra cui il medico argentino Ernesto Guevara, detto 'Che', "piccolino". Nel 1959 assunsero il potere, forti di un alto consenso popolare: in conseguenza della perdita del loro controllo sull’isola nel 1961 gli Stati Uniti per rappresaglia decretarono un embargo totale verso Cuba, costringendo l'isola a dipendere economicamente dall'Unione Sovietica e condannandola, di fatto, a vivere in povertà e ristrettezze. Il fallimento del sistema sovietico nei primi anni novanta ha determinato per Cuba una grave crisi economica di riflesso, ribattezzata “Periodo especial”, che ha richiesto grandissimi sforzi per essere sostenuta e che tuttora non risulta completamente superata.

I Bomberos di Cuba nacquero nel 1696 a Santa Clara e qui iniziarono a controllare ed estinguere gli incendi, primo embrione di un ottimo servizio antincendi che nel corso degli anni si diffuse in tutto il resto del Paese fino a giungere ai primi anni del secolo XIX; nel 1770 si ha il primo editto in cui il governo coloniale spagnolo descrive come impedire il divampare di un incendio, come evitare che si propaghi, come spegnerlo e con quali attrezzature, di cui deve essere dotato il locale Corpo dei pompieri. Queste sono ramponi. corde, asce, scale e pompe: nel 1795 troviamo la prima pompa a mano, spinta da schiavi provenienti dall’Africa. Da allora molto è cambiato, tranne che la sostanza qualitativa d'eccezione, anche visti i pochi mezzi a disposizione. Oggi il Corpo è militare e dipende dal Ministero dell’Interno; pompieri militari svolgono il periodo di ferma pluriennale nel Corpo, uscendone al termine della leva o raffermandosi per scalarne la gerarchia: anche qui vale la sostanziale parità con le donne che fanno questo mestiere senza problemi. Il CBC - Cuerpo Bomberos de Cuba - nel 2010 ha effettuato 2.700 servizi "speciali": il soccorso ad animali, il trasporto di malati molto pesanti, il soccorso ad alienati, l’apertura di porte e la bonifica dai nidi di imenotteri. In totale sono state 24.333 le prestazioni, tutte gratuite, che principalmente riguardano gli incendi e gli incidenti, percentualmente più frequenti nelle province de L’Avana, Santiago di Cuba, Villa Clara e Holguín. Gli effettivi del servizio costiero del Destacamento Especial de Rescate y Salvamento del CBC (Distaccamento Speciale di Soccorso e Salvamento) hanno salvato oltre 10 persone che stavano annegando nelle calde e trasparenti acque cubane. Il servizio di Prevenzione degli incendi del CBC ha parimenti effettuato 47.000 ispezioni in attività ed edifici a rischio di incendio contribuendo ad affrontare in anticipo i rischi pianificandone le soluzioni.

Il casco in collezione è il Cairns modello 770 detto “Philadelphia” dalla prima città che l’ha commissionato nel 1974 ed indossato fino agli anni scorsi; attualmente è fuori produzione soppiantato dai nuovi modelli. Questo è in plastica rossa e porta sul frontale lo stemma adesivo del Minint, Comando Rescate e Salvamento de l’Avana mentre sul retro in lettere adesive verdi c’è scritto “Comando”. Se il guscio è originale l’autarchia imposta dall'embargo ha fatto sì che al suo interno il casco abbia subito varie riparazioni artigianali. come la visiera che è rattoppata dove si aggancia ai sostegni; il sottogola è stato risistemato negli agganci; l’interno pimigenio è stato sostituito ed ora ne ospita uno preso chiaramente da un casco del blocco sovietico e fissato con filo di rame. Cionostante, anzi proprio per questo, è uno dei caschi più importanti che io possegga, dovuto alla sua estrema rarità, all'intensa vita operativa che ha passato ed a ciò che rappresenta per me il Paese da cui arriva. Hasta siempre!
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venerdì 4 dicembre 2009

Il casco ceco Gallet F1 di Praga






La Repubblica Ceca (in ceco Česká republika) è uno Stato dell'Europa centro-orientale che confina a sud-est con la Slovacchia, a sud con l'Austria, a ovest con la Germania e a nord con la Polonia, senza sbocchi sul mare. È formata storicamente da tre grandi regioni: la Boemia, la Moravia e la Slesia. Originariamente unita alla Slovacchia, con la quale formava appunto la Cecoslovacchia, il 1º gennaio 1993 si è scissa pacificamente, al contrario di come spesso accade in stati da poco giunti all'indipendenza. La Repubblica Ceca fa parte della NATO e dal 1º maggio 2004 è Stato membro dell'Unione europea. Praga (Praha in ceco) è la capitale e la più grande città della Repubblica Ceca: centro politico e culturale della Boemia e dello stato ceco per oltre 1100 anni, tra il XIV e il XV secolo fu anche capitale del Sacro Romano Impero. E’ una città dotata di enorme fascino, che ebbi la fortuna di visitare nel 1992, a breve distanza dalla caduta del Muro di Berlino, in anni in cui era ancora impregnata del fascino un po’ decadente seguito alla libertà da poco raggiunta, detto appunto “Bohemien”. Tuttora Praga è un centro culturale e turistico di fama mondiale, ed il suo centro storico, visitato ogni anno da più di 4 milioni di visitatori, è stato incluso nella lista dei patrimoni dell'umanità dell'UNESCO. Praga conta approssimativamente circa 1,3 milioni di abitanti, che diventano più di 1,9 milioni contando l'area metropolitana nel suo complesso.

Gli Hasiči di Praga sono composti da circa 850 membri, suddivisi su tre turni contraddistinti dalle lettere A,B,C. Ogni pompiere lavora 24 ore seguite da due giorni liberi: ogni turno é composto da circa 200 pompieri con 21 APS. A Praga ci sono tre tipi di caserme: nella caserma centrale di Sokolská prestano servizio 40 pompieri, poi troviamo i distaccamenti maggiori, con 30 pompieri e quelli minori con 15 pompieri per turno; in totale ci sono 11 caserme. La numero 11 è quella che copre il Castello di Praga, e qui prestano servizio 15 Vigili permanenti che hanno a disposizione un APS “Dennis Rapier” di media grandezza, una squadretta su Mercedes-Benz Vario, che è anche il mezzo utilizzato per agire all’interno degli spazi angusti del Castello, una scala AS Tatra da 27 metri e una vettura Comando. Il Distretto di Praga dispone anche di una forte componente volontaria, che conta 34 distaccamenti, di cui 15 nel solo distretto urbano, che arruolano circa 2000 membri: in tutto il Paese ci sono oltre 300.000 vigili volontari. A Praga inoltre ci sono pompieri privati: i Corpi privati (di aziende e compagnie che li organizzano al loro interno ma che possono essere chiamati ad agire anche fuori dalla loro sede, in caso di emergenza) possono disporre di circa 100 pompieri al turno.

I Pompieri di Praga utilizzano il noto Gallet F1, che inizialmente adottato nel colore cromato si sta modificando nella variante fotoluminescente con placca dorata liscia; la placca storica, che è quella del casco in collezione, è invece in argento e riporta il fregio metallico, di disegno Art Nouveau, con il blasone centrale della Città di Praga, la cittadella sormontata da tre torri e la mano armata che ne difende il cancello, e sui fianchi i motivi floreali e due granate su un bello sfondo smaltato in blu; nella cornice sottostante la scritta “Hasiči Praha”. Il casco nella parte posteriore ha due bande retroriflettenti gialle per conferire visibilità all’utilizzatore.
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