lunedì 19 gennaio 2026

Il casco respiratorio inglese Siebe Gorman







Giunge in collezione uno dei caschi più desiderati e difficili da trovare. È quindi con grande soddisfazione che presento questo pezzo, lungamente cercato e atteso, che compare raramente sul mercato e quando capita lo fa a prezzi stratosferici e spesso presentando pesanti segni degli anni passati e degli strapazzi subiti, due problematiche che finora mi avevano fatto desistere. Poi finalmente, grazie a contatti e scambi tra i soliti colleghi, è arrivato lo splendido esemplare che vado a presentare.

Nel campo degli elmi respiratori, in origine destinati ai palombari e successivamente estesi a chi doveva accedere a luoghi inquinati e invasi dal fumo, come tipicamente i pompieri, c’è un marchio che più di ogni altro unisce i collezionisti di tutto il mondo. Si tratta della famosa azienda Siebe, Gorman & Co. Ltd. (ultima denominazione sociale in ordine temporale), fondata a Londra dall’ingegnere sassone Augustus Siebe. Nel 1823, due fratelli inglesi, Charles e John Deane, idearono il primo embrionale scafandro da palombaro effettivamente utilizzabile sott’acqua, una realizzazione ancora primordiale ma efficace. Le cose cambiarono quando decisero di rivolgersi all’ingegner Siebe per migliorare il loro elmo: ciò decretò il vero successo commerciale di questa attività, che diventò la prima e più famosa azienda del mondo; fu allora che la denominazione pubblicitaria divenne “Submarine Engineers”, vale a dire ingegneria sottomarina. Per intenderci, quella dei caschi imbullonati alla muta da subacqueo che permetteva di lavorare in immersione in totale sicurezza e tenuta stagna. L’esperienza maturata si allargò, sul finire del XIX secolo, ai caschi per ambienti contaminati: industrie, cantieristica, sotterranei e luoghi invasi da fumi e vapori: in altre parole, il mestiere del pompiere. Tale successo è continuato nel tempo arrivando, tra alterne vicende societarie, fino al 1999 quando si fuse con la BTR Plc. andando a formare la società Invensys, acquisita nel 2014 dalla multinazionale francese Schneider Electric. Una lunga storia, che partendo dal l 1819, quando la Augustus Siebe non produceva ancora attrezzature da palombaro ma era una semplice azienda meccanica e successivamente armiera, fanno in tutto 180 anni di vita ininterrotta, pur con leggere differenze nella denominazione. La prima fu “A. Siebe” e la ritroviamo sulle attrezzature da palombaro costruite tra il 1839 e il 1870. Dal 1870 e fino al 1879 l’azienda prese il nome di “Siebe & Gorman” quando Mary Siebe, la figlia dell’ingegnere fondatore, sposò William Augustus Gorman (un capitano marittimo irlandese il cui vero nome era O'Gorman) creando una nuova partnership con il secondo figlio di Augustus Siebe, Henry H. Siebe. Dal 1881 fino al 1904 la ritroviamo come “Siebe, Gorman & Co.”, trasformata dal 1905 in avanti in “Siebe, Gorman & Co. Ltd.”, che è appunto il contenuto della placca punzonata sull’elmo in collezione, databile quindi agli inizi del ‘900.

Siebe Gorman è stata la prima azienda a registrare lo Smoke Helmet, un casco destinato a chi doveva operare in luoghi fumosi e privi di ossigeno o con gas pericolosi come miniere, incendi e simili. Veniva indossato sopra l’uniforme da intervento da un pompiere che riceveva aria fresca pompata attraverso un tubo in gomma da un altro vigile che si trovava a distanza di sicurezza. Il casco è composto da una calotta, una parte frontale e una parte posteriore in pelle per proteggere la nuca; nella parte anteriore è presente una visiera composta da due piccole ante apribili in vetro micaceo, usato perché resiste ad alte temperature senza rompersi, montate su telaio in alluminio in uno dei primi utilizzi di questo metallo. Sui lati sono presenti i due attacchi per l'ingresso dell'aria tramite due tratti di tubazione, che si raccordano sulla nuca e confluiscono in unico tubo collegato al mantice azionato in esterno dal secondo operatore. Sulla calotta è presente la valvola di scarico in sommità, che permette di espellere l’anidride carbonica emessa durante l’uso. L'interno è molto semplice, essenzialmente composto da quattro strisce di tela che sospendono il casco sulla testa dell’operatore. Nella parte inferiore del casco sono presenti alcune falde di pelle, utilizzate per fissare il casco alla giacca dell'operatore insieme ad una fettuccia, anch’essa in pelle, che veniva stretta tirando i fiocchi fissati alle estremità, il tutto con lo scopo di fornire tenuta al sistema. Attaccata ad una catenella sul casco dell'operatore e fissata sul mantice c'erano due targhette identiche (quella attaccata al casco è ritratta nella quinta fotografia) che indicavano il codice di comunicazione tra i due operatori, da realizzare tramite la tubazione di collegamento: l'operatore all'interno aveva tre messaggi, 1 strattone significava “più aria”, 2 strattoni “dare più tubo” mentre il terzo messaggio significava “PORTATEMI FUORI IMMEDIATAMENTE”; quello all'esterno con tre strattoni impartiva l'ordine di evacuazione immediata al collega impegnato nell'intervento. Nei modelli successivi, tuttavia, nel tubo dell'aria fu incorporato un sistema acustico che consentiva la comunicazione diretta con l'operatore del mantice. Se il soffietto era azionato da un operatore esperto, era possibile aprire la visiera per consentire al pompiere una maggiore visibilità, mentre la pressione positiva dell'aria nel casco impediva al fumo di raggiungere chi lo indossava. Sebbene risultasse efficace per consentire lo svolgimento delle operazioni di spegnimento o ricognizione, la profondità di penetrazione all'interno di un edificio era vincolata alla lunghezza del tubo dell'aria; per questo motivo questa attrezzatura fu sostituita negli anni trenta del ‘900 dall'introduzione di autorespiratori autonomi, tra cui si trovano i primi Draeger a ciclo chiuso con rigenerazione del CO2, tristemente utilizzati anche nelle camere a gas naziste. Per quanto attiene invece il Siebe Gorman, il fratello pompiere Eddy che vive a Ieper, anche detta Ypres dalla componente belga francofona, mi conferma che era utilizzato nei soccorsi verso i militari soffocati e ustionati a seguito degli attacchi con uso dei gas, tra cui la famigerata Iprite che deve il suo nome appunto a questa città, duramente colpita negli anni dal 1914 al 1918 dal primo conflitto mondiale.

Il Comando di Torino ne aveva in dotazione alcuni esemplari, due dei quali sono conservati nella vetrina storica del Distaccamento di Grugliasco, dove fanno bella mostra insieme ad altri caschi e cimeli vari. Nei decenni hanno permesso di effettuare salvataggi altrimenti impossibili, salvando tante vite e permettendo al pompiere di compiere degnamente la sua missione: Sauver ou Périr, salvare o morire, per dirla con il motto dei fratelli francesi.

La prima fotografia è tratta dall'interessante sito Radio Guy di New York con un sacco di esempi di sistemi respiratori. La seconda foto, tratta da qui, ritrae il sistema completo conservato al Lovestowft Maritime Museum inglese. Qui un interessante articolo della London Fire Brigade a tema sistemi respiratori.


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