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domenica 23 agosto 2026

Il casco italiano Gentex SPH-4 del Nucleo Elicotteri




 

In Italia il Corpo dei Vigili del Fuoco è Nazionale, vale a dire che è organizzato su base territoriale uniforme nel Paese, con l’eccezione dei Corpi Valdostani e Trentini. Fa parte del Dipartimento dei Vigili del Fuoco del Soccorso Pubblico e della Difesa Civile, a sua volta ricompreso nell’organico del Ministero dell’Interno. Il Capo del Dipartimento VVF è un Prefetto mentre il suo “secondo”, o più precisamente il Capo Dipartimento Vicario è di fatto il Capo del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco, che proviene dai ruoli Direttivi del Corpo. Da quest’ultimo dipendono quattro Direzioni, tra cui la Direzione Centrale per l’Emergenza, il Soccorso Tecnico e l’Antincendio Boschivo (DCEMER) da cui dipendono gli aeromobili dei Vigli del Fuoco. Nell’unità di volo, denominata Reparto Volo Nazionale, sono raggruppati i due Piaggio P180, aerei ad ala fissa impiegati per il trasporto veloce di personale operativo, squadre speciali, materiali urgenti e per voli sanitari o di ricognizione, e gli elicotteri da trasporto pesante S64 Skycrane, entrambi gestiti a livello centrale. A livello periferico invece la componente alata dei VVF opera tramite i Reparti Volo VVF: questi sono dipendenti, ove istituiti, dalle rispettive Direzioni Regionali o Interregionali. Tali Direzioni sono gli enti che dispongono della normale attività di queste unità ed hanno competenza anche per le questioni inerenti la gestione del personale. Ai fini dell’ottimale coordinamento del servizio di soccorso dei Reparti, sono state anche create tre regioni aeree (nord-centro-sud) nelle quali sono inseriti i vari Reparti: si tratta di una mera suddivisione geografica definita con l’unico obiettivo di ottimizzare le attività di gestione delle operazioni aeree svolte dalle varie unità. I Reparti Volo fino al 31/12/2016 erano undici. Si trattava degli ex Nuclei di Torino (base a Caselle Torinese), Varese (base a Malpensa), Venezia, Genova, Bologna, Arezzo, Bari, Salerno (base a Pontecagnano), Catania e Sassari (base ad Alghero). Con il 1° gennaio 2017 si sono aggiunti a questi Reparti due nuove unità che si sono insediate su strutture in precedenza realizzate ed utilizzate dal soppresso (e rimpianto) Corpo Forestale dello Stato: l’eliporto di Cecina Mare (LI) e la base di Rieti. Da quest’ultimo Corpo sono stati acquisiti dodici elicotteri precedentemente in sua dotazione e una quota del personale. Sempre nel 2017 lo stesso Ciampino è diventato Reparto autonomo, e dal 2019 si è aggiunta anche Lamezia Terme, divenendo la 15° sede di Reparto Volo per la Calabria e zone limitrofe. Discorso a parte va fatto per gli aerei ad ala fissa adibiti al servizio antincendio: dal 2015 è in utilizzo la più grossa flotta di Canadair CL415 frutto dell’acquisizione dell’intero pacchetto di velivoli ex Protezione Civile, avvenuta a seguito di una delle tante rimodulazioni dell’apparato antincendio aereo statale, decise con il fine di ridurre la spesa pubblica. L’acquisizione della proprietà della flotta di CL.415, tuttavia ha mantenuto inalterate le caratteristiche e le modalità dell’utilizzo della linea di biturbina antincendio canadesi. Ovvero, i velivoli rimangono ancora a tutti gli effetti di proprietà di un ente statale, il CNVVF appunto, ma sono totalmente gestiti, volati e manutenuti da una società privata che, a seguito della vittoria in una gara di appalto pubblica per la gestione della flotta di Canadair; detta società ne ha la completa disponibilità e possesso. Dal punto di vista operativo, tuttavia, essa risponde in toto al Dipartimento della Protezione Civile per il tramite dei Vigili del Fuoco: l’attuale esercente è la Avincis Aviation Italia.

Il Reparto Volo dei Vigili del Fuoco del Piemonte è stato istituito nel 1985 come Nucleo Elicotteri Piemonte e Valle d’Aosta alle dipendenze dell’allora denominato “Ispettorato Interregionale Piemonte e Valle d’Aosta”, ed inizialmente era di stanza nella caserma del Comando Provinciale dei Vigili del Fuoco di corso Regina Margherita a Torino. La dotazione iniziale era di un AB 206 “Jet Ranger III” di derivazione militare, ed un organico di 2 piloti e 3 tecnici di bordo. Dal 1988 il Nucleo Elicotteri si è trasferito presso l’aeroporto internazionale “Sandro Pertini” di Torino – Caselle, nelle cui immediate adiacenze è tutt’oggi situato. Nel 1990, con l’assegnazione dei potenti AB 204 VVF (macchine in precedenza impiegate dalla Marina Militare nella versione “AS” di contrasto a sommergibili e ricondizionate alleggerendole di tutti gli apparati ed apparecchiature Antisom di bordo, non necessarie al nuovo ruolo) la struttura è stata dotata di una nuova linea di volo più idonea ai compiti istituzionali. Nel 2004 la linea AB 204 è stata ufficialmente dismessa e sostituita dagli AB 412 EP, elicotteri bi-turbina in classe A certificati per il volo IFR; il vecchietto è ancora visibile sul tetto della Direzione Regionale, dove accoglie le scolaresche in visita al vicino Distaccamento di Grugliasco, uno dei più attivi in Italia. Da poco c’è stata l'assegnazione dei nuovi e moderni AW 139 che permettono di svolgere compiti non solo antincendio, ma anche di ricerca e soccorso in mare e in montagna, soccorso medicale e protezione civile. Gli AW139 dei Vigili del Fuoco sono dotati di un’ampia gamma di equipaggiamenti come verricello di recupero, gancio baricentrico, radar meteo, sistema di comunicazione satellitare, sistema elettro-ottico, console di missione ad alta definizione e sistema di trasmissione dati. Sono equipaggiati inoltre con un avanzato sistema anticollisione, visori notturni, faro di ricerca, megafono e strumentazione medicale. Il territorio di competenza del Reparto Volo Piemonte comprende gran parte del territorio regionale e della limitrofa Valle d’Aosta, per spingersi fino alla Lombardia stante il fatto che il Comando di Torino condivide con quello di Milano la copertura di alcuni turni di disponibilità di sommozzatori; nel corso della propria attività ha acquisito spiccate caratteristiche per operare in alta montagna, distinguendosi più volte anche in interventi in zone alluvionate. Svolge mediamente 420 missioni di soccorso ogni anno: tra le più frequenti quelle per incidente stradale, soccorso persona e ricerca persone disperse, antincendio boschivo, soccorso e recupero animale, ricerca e soccorso ad incidente aereo e circa 100 voli di istituto oltre alla prevista attività di addestramento e manutenzione. È composto di un organico di piloti, specialisti motoristi, personale aerosoccorritore e, come detto sopra, sommozzatori pronti ad intervenire in contesti acquatici. Attualmente i mezzi aerei del Corpo Nazionale garantiscono l'operatività ogni giorno dall’alba al tramonto, su disposizione da parte del Centro Operativo Nazionale, della Direzione Regionale o dei Comandi Provinciali del Piemonte, anche se è attiva la sperimentazione, al momento nella sola Emilia Romagna, di abilitazione al volo notturno.

In collezione di trova il mitico casco da volo Gentex SPH-4 di fabbricazione statunitense, introdotto in servizio nel 1969 e utilizzato attivamente durante la guerra del Vietnam dai piloti e dagli equipaggi degli elicotteri dell'Air Cavalry. Continuò ad essere utilizzato dalle forze armate statunitensi (Esercito, Marina, Corpo dei Marines e Aeronautica) per tutti gli anni '80 e '90, oltre ad essere utilizzato in tutto il mondo per le sue qualità costruttive e tecniche. Ha sostituito il precedente casco AFH-1 offrendo una migliore protezione in caso di impatto, anche se il suo utilizzo specifico è destinato a proteggere dal rumore assordante che si subisce all’interno degli elicotteri: infatti l’acronimo SPH sta per Sound Protection Helmet e permette anche di comunicare con gli altri membri dell’equipaggio e con la radio di bordo. È dotato di una visiera oscurata con un meccanismo di sgancio che permette di ritrarla o spostarla in alto e in basso. È presente un sistema di cinghie interne completo di sottogola regolabile a sgancio rapido, cuffie e microfono, con la presa per l'interfono all'estremità. È stato prodotto nel 1996 da Gentex, ed è stato ormai soppiantato per la gran parte da modelli più recenti come quello attuale, ritratto in quinta posizione; gli ultimi in uso stanno via via scomparendo. L’esemplare descritto porta sul frontale l’adesivo informale del servizio aereo dei Vigili del Fuoco che raffigura il draghetto Grisù protagonista di un famoso cartone animato degli anni '80; il blasone ufficiale è invece ritratto nella quinta fotografia della coda del AW139 appena giunto ed ancora in fase di precollaudo ed allestimento. Sull’altro lato è presente la patch del Nucleo di Torino, mentre sul lato posteriore è presente la vecchia “mezzaluna” che identificava i gradi fino ad inizio anni 2000, in questo caso il Caporeparto. Va detto che la componente pilotaggio annovera tra le sue fila tutti i gradi, dal Vigile permanente fino ai ruoli dirigenziali, senza che detta mansione comporti obbligatoriamente un livello gerarchico: quello che è vero quindi è che il pilota, durante la missione, diviene Comandante dell'aeromobile e può quindi capitare che un Vigile permanente si ritrovi superiore ad un Dirigente.

Le preziose indicazioni per l'organizzazione del servizio aereo sono tratte da qui, mentre la specifica del Reparto torinese è tratta del sito vigilfuoco.it.

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giovedì 17 luglio 2025

Il casco italiano Nazionale 38 di Torino

 






A completamento della storia della mia città Torino, che oggi è sede del terzo Comando per importanza e numero di interventi di soccorso, posizione che condivide con i fratelli napoletani a seguire Roma che è il primo e Milano che figura al secondo posto, riporto la seconda parte della descrizione, quella degli anni che partono dalla fine del post precedente ed arrivano all’immediato dopoguerra. Segue la prima parte, decritta nel precedente post sul Modello Torino, autentico sacro Graal della mia collezione, recente acquisizione come il casco qui di seguito illustrato. Lo scopo è descrivere un altro casco mitologico, pezzo ambitissimo da ogni collezionista di caschi da pompiere, raro da trovare ed ancor più in condizioni eccellenti come l’esemplare che oggi troneggia sul ripiano d’onore. Si tratta del modello detto Nazionale 38, o M38, descritto nel terzo capoverso con una vera miniera di informazioni e notizie tratte dall’articolo del gruppo storico Vigili del Fuoco di Crema e Lodi.

Le riforme che si ebbero dal 1934 al 1936 portarono ancora una volta molti elementi innovatori sia nel potenziamento del personale, sia nella dotazione di nuovi mezzi e nuova sedi distaccate. L'organico in questo periodo ammontava a 188 uomini e rimase pressoché invariato fino alle soglie del secondo conflitto mondiale; a loro supporto una trentina di mezzi, tra quelli di istituto e quelli d’emergenza. Tra questi spiccava l’autoscala Magirus K30, la cui lunghezza sviluppata era della ragguardevole misura di 38 metri. Con la continua espansione e lo sviluppo della città, nel 1934 venne istituito il primo distaccamento: il “Lingotto” che sorse all’estrema periferia sud della città. Le precedenti 6 stazioni vennero abolite nel 1883 al momento dell’insediamento della nuova Caserma Centrale di Strada Santa Barbara (oggi Corso Regina Margherita). Sempre nel 1934, grazie ad un accordo stipulato tra la Federazione Tecnica dei Pompieri e i Ministeri della Guerra e dell’Interno, vennero adottate le nuove divise di panno grigio chiaro, valide per tutti i Corpi dei pompieri italiani. Si compì un primo significativo passo verso l’unificazione nazionale del servizio antincendio. Ma la paura di una sciagura di vaste proporzioni cominciava nuovamente a serpeggiare tra la gente: la Seconda Guerra Mondiale. Il coinvolgimento dell’Italia nel secondo conflitto era ormai una questione di pochi mesi. Il R.D.L. 27 febbraio 1939, n. 333 convertito poi nella Legge 27 dicembre 1941, n. 1570, dettava le nuove norme per l’organizzazione dei servizi antincendi, definendo i compiti e le finalità del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco, “il quale è chiamato a tutelare la incolumità delle persone e la salvezza delle cose, mediante la prevenzione e l’estinzione degli incendi e l’apporto di soccorsi tecnici in genere, anche ai fini della protezione antiaerea. Il Corpo è chiamato, inoltre, a contribuire alla preparazione delle forze necessarie alle unità dell’esercito di campagna ed ai bisogni della difesa territoriale” (Art. 1). Siamo ormai nel 1941, anno in cui, come è già stato detto, i Corpi dei Civici Pompieri, con il Reale Legge Reale 27 febbraio 1939, n. 333, confluirono nel Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco, diretto dal Ministero dell’Interno. La guerra era scoppiata e con essa tutti i gravissimi problemi che ogni guerra si porta dietro: lutti, distruzioni e fame. I comuni più industrializzati vennero continuamente martoriati dai bombardamenti degli alleati. Torino è stata una delle città che più di altre ha patito duramente le pene di una assurda guerra. I Vigili del Fuoco preposti alla difesa civile di Torino e provincia nel momento più cruento delle incursioni che avvennero dal 13 luglio 1943, ammontarono a circa 3.000, distribuiti in vari presidi e distaccamenti collocati in strutture industriali, cascine, scuole ed anche case private. La Lotta di Liberazione vide impegnati, in un importante contributo alla causa per il ripristino dei valori della libertà e dell’uguaglianza, i Vigili del Fuoco di Torino e provincia. Furono numerosi i vigili arrestati, deportati, fucilati o addirittura morti in azioni di combattimento. Uno dei primi a cadere, in un agguato teso dai nazi-fascisti, fu il vigile del fuoco Pensiero Stringa, figura di rilievo del movimento: la XXIII Brigata Celere S.A.P. partigiana, composta da soli elementi appartenenti ai Vigili del Fuoco, prese il suo nome. Furono 43 a fine guerra i Vigili del Fuoco caduti nella Lotta di Liberazione: il Comando Provinciale di Torino all’indomani della Seconda Guerra Mondiale venne decorato di Medaglia di Bronzo al Valore Civile.

La Circolare n.69 del 7 maggio 1939, stabilisce che ogni Comando Provinciale, in base al proprio bilancio economico, si doti del nuovo Elmo da Incendio prodotto dalla Società Anonima Bergomi di Milano. Sono previste due versioni suddivise nelle categorie: quella da ufficiali con l’elmo di cuoio e cresta in ottone dorato semplice, al costo di £.168. e quella da Sottoufficiali e vigili il cui elmo, sempre in cuoio ma con cresta in ottone brunito al costo di £.135. L’elmo quindi si presentava in cuoio con la calotta verniciata in nero lucido, la cresta in ottone brunito dall’aspetto opaco per i Vigili e Sottufficiali e in ottone dorato dall’aspetto più chiaro e lucente per gli ufficiali. Da notare che né in questa circolare né in quelle future, viene fatto accenno ad un nome preciso dell’elmo che viene semplicemente identificato dalla tipologia (elmo da incendio) e ditta produttrice (Società Anonima Bergomi). Questo per sottolineare al collezionista che in realtà oggi usiamo una dicitura del tutto arbitraria quando indichiamo questi elmi con il nome modello 38 o abbreviato M38, rispetto alla più corretta e anonima dicitura: elmo da incendio del Corpo Nazionale. La Circolare continua indicando le modalità di consegna degli elmi, che devono essere ritirati dai Corpi partecipanti al I° Campo Nazionale previsto a Roma per il 24 giugno 1939. I Comandi avrebbero fatto l’ordine del quantitativo necessario e delle taglie per il solo personale partecipante al Campo Nazionale, i rimanenti vigili, rimasti ai comandi di appartenenza, avrebbero ricevuto gli elmi in un secondo momento. La ditta Fratelli Lorioli di Milano avrebbe poi fornito le fiamme d’ottone recanti il numero del Comando direttamente alla ditta S.A. Bergomi, per agevolare le consegne a Roma. Con la successiva Circolare n. 70 del 30 marzo 1940-XVIII, viene stabilito che tutti gli elmi da incendio, siano verniciati con lo smalto alla nitrocellulosa marca Arson-Sisi n. 54397, entro il termine stabilito del 20 maggio 1940-XVIII. Il colore definito in alcuni documenti, il così detto "Grigio Topo", era lo stesso che veniva applicato ai mezzi e alle attrezzature con l’apposito ordine del giorno. Tutte le componenti dell’elmo ad esclusione del fregio e del sottogola devono essere verniciati, le parti metalliche altresì dovranno essere rese ruvide onde migliorare la resa della verniciatura. Durante la guerra anche i materiali dell’elmo vengono modificati, per adattarsi alle politiche di risparmio delle materie prime, i crestini che prima erano in ottone vengono prodotti direttamente in metallo autarchico verniciato. L’approvvigionamento degli elmi da incendio era completamente a carico dei Comandi Provinciali, e con l’intensificarsi del conflitto divenne chiaro che la ditta Bergomi non avrebbe potuto onorare nei tempi richiesti gli ordini che continuamente le pervenivano. Per questo motivo, come si può vedere nelle fotografie di guerra, vennero recuperati anche gli elmi modello Milano, anch'essi verniciati di Grigio Topo e dotati del nuovo fregio della Lorioli: questi elmi insieme anche a piccole aliquote di altri modelli venivano poi consegnati ai Vigili Volontari che man mano venivano richiamati in servizio continuativo insieme agli Adrian metallici che subivano lo stesso trattamento. Dopo il periodo bellico gli elmi lentamente saranno riverniciati nuovamente di nero, venendo sostituiti, a partire dal 1951, dall’elmo prodotto dalla Ditta Violini di Torino. L’elmo nelle sue forme non è altro che una modifica dell’elmetto allora in uso al Regio Esercito, il modello 33 o abbreviato M33. Nel caso dell’elmo da incendio la calotta era modellata sulla base del M33 al quale veniva aggiunto un prolungamento sul retro che doveva idealmente proteggere la zona della nuca e deviare l’acqua dalla schiena, ed infine veniva aggiunto il crestino di rinforzo. L’interno discende anch’esso da quello degli M33, differenziandosi per alcuni particolari importanti: è in tela cerata in sostituzione della vacchetta del modello militare, soluzione che ne determina un deterioramento maggiore e una qualità minore, inoltre la lamina metallica che costituisce lo scheletro su cui viene posta l’imbottitura presenta uno spessore minore e qualità diversa rispetto al modello militare, ed i rivetti che fissano l’interno al corpo dell’elmo sono esattamente gli stessi dell’M33, così come il sottogola.

Le informazioni sulla storia del servizio antincendi torinese sono tratte da vari articoli, principalmente da questo sito preziosissimo e dall'ottimo numero dei Quaderni di Storia Pompieristica edito in occasione del bicentenario della nascita ufficiale dell'83° Corpo di Torino. Per quanto attiene al glorioso elmo descritto, come detto sopra la descrizione riportata è tratta dall’articolo contenuto nell’ottimo sito di Crema e Lodi. Infine l’immagine storica in ultima posizione proviene da qui.

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martedì 24 giugno 2025

Il casco italiano modello "Torino"










Ognuno dei caschi presenti nella raccolta è affascinante e ognuno di loro racconta una storia, che sia nuovo fiammante come il casco di Parigi o sia distrutto come il casco di Myanmar, di prossima presentazione. Ci sono caschi molto rari come quello di Praga o di Tunisi, famosi come quelli di New York, anche se ovviamente il primo, direttamente fuori concorso, è il mio, il Mispa utilizzato dal sottoscritto nei suoi anni operativi. Poi un giorno di qualche mese fa ti segnalano che forse quello in vendita nella raccolta in dismissione di un collezionista francese è un elmo italiano, tu clicchi il link e ti compaiono le fotografie del Santo Graal, del casco-chimera, quello visto solo in fotografia e nei musei. Dimesso, in mezzo ad altri articoli pompieristici, dopo pagine e pagine di fregi e attrezzature, compare il casco di tutta la vita, quello che nemmeno cercavi ma solo sognavi, e lo riesci a riportare a casa, qui nella città dove ha prestato il suo lavoro quasi centocinquant’anni fa. Con grande emozione e soddisfazione sono diventato proprietario di un casco modello “Torino”, quello che molti nemmeno sanno che sia esistito, offuscato dal più famoso modello “Milano”, o il “Roma”, “Firenze” e “Bologna”, tutti caschi noti e rappresentati nei vari cataloghi dell’epoca. Il “Torino” non compare nella documentazione per la sua probabile origine mitteleuropea, mai entrata in commercio in altre città al di fuori della mia.

Il servizio antincendi a Torino nacque il 27 luglio 1442 quando, dando l'incarico ad alcuni artigiani della città di costruire delle attrezzature utili all'estinzione degli incendi, si intese creare un organismo per la difesa civile della popolazione. Tra le arti chiamate dal governo cittadino a concorrere all'estinzione degli incendi, figurava anche quella dei brentatori; questi, nelle loro mansioni ordinarie, trasportavano il vino dai carri-botte alle botti degli osti con dei recipienti chiamati brente; da queste trae appunto origine la denominazione di brentatori. Con i recipienti calzati a spalla questi, nei momenti di emergenza, trasportavano l’acqua dopo averla prelevata dai pozzi e dalle bealere, i torrenti urbani una volta così diffusi. Per accorrere più prontamente in caso di bisogno, essi abitavano tutti nei dintorni della chiesa di Santo Spirito, tuttora esistente in via Cappel Verde nel cuore della Torino antica, a due passi dal Duomo. Le sue campane, battendo a martello, avevano il compito di allertarli per l’incombente pericolo. Per dare manforte alle brente utilizzate per il trasporto dell'acqua sul luogo dell'incendio, bisognerà attendere la prima metà del Settecento perché si sostituissero delle macchine in grado di fronteggiare meglio e con un margine di successo l'incendio: le pompe a mano. Diventata capitale del Ducato Sabaudo, il 20 aprile 1786 il Re Vittorio Amedeo con un Regio Regolamento, stabilì le modalità di intervento e il comportamento degli uomini e delle pompe destinate all’opera di estinzione, nonché l’individuazione del personale, tra gli artiglieri del Corpo di Guardia alle quattro porte della città di Torino, e le norme del loro allertamento ad incendio avvenuto, creando così il “Corpo di Truppa senz'armi”, le Guardia-fuochi nel corposo numero di circa 150 unità operative. Quello che potrebbe definirsi il punto di partenza della storia dei pompieri di Torino con la loro vera costituzione "ufficiale", porta la data del 22 ottobre 1824 con l'istituzione, da parte del re Carlo Felice con le sue Regie Patenti, della Compagnia Guardie a Fuoco per la Città di Torino. Inizialmente l’organico era composto da 43 uomini: un Capitano, un Tenente, due Sergenti, otto Caporali, un Trombettiere e 30 Operai guardie; due anni dopo venne aumentato di sei unità più un Capitano Comandante e un Luogotenente. I componenti la compagnia erano prevalentemente artigiani e operai impiegati nelle diverse officine della città. Essi avevano l’obbligo di esercitarsi con le varie attrezzature tutte le domeniche mattina. Nel 1862, dopo il gravissimo incendio della Casa Tarino di via Po, che causò la morte di ben 17 persone tra i soccorsi e i soccorritori, il Consiglio Comunale adottò dei provvedimenti migliorativi, istituendo cinque stazioni di guardia, collegate telegraficamente con la Stazione Centrale di Palazzo Civico, e portando l’organico a 101 unità. Sempre nell’ambito di questi provvedimenti si installarono delle bocche d’acqua per il rifornimento idrico, distribuite nelle principali vie e piazze divennero circa 700 nel 1899. Tutte le stazioni furono dotate di una scala aerea costruita e brevettata dall’artigiano Paolo Porta. Questo nuovo tipo di scala a sfilo fu la prima nel mondo, e Torino venne così a disporre dal 1863, prima di altri corpi pompieristici, di un attrezzo di estrema importanza che determinava un nuovo modo di operare in caso di incendio negli alloggi ai piani alti delle case. Venne acquistato anche il primo apparecchio per ambienti irrespirabili, sostituito poi nel 1890 da uno più moderno inventato dal Cav. Luigi Spezia, comandante dei pompieri di quel periodo. Nel 1883 avvenne l’inaugurazione della storica Caserma delle Fontane di Santa Barbara, ubicata nell’antica strada di S. Barbara - poi Corso Regina Margherita- che fu per cento anni la Sede Centrale. Nello stesso anno venne acquistata la prima potente pompa a vapore “THIRION”, montata su di un carro a quattro ruote, con sospensioni a molla e trainabile da una pariglia di cavalli. Capace di una forza di 40 cavalli-vapore, era in grado di erogare circa 2000 litri al minuto. Dopo undici minuti dal momento dell'accensione della caldaia, si ottenevano le sette atmosfere necessarie per il normale funzionamento della pompa. Dal 1885, la gloriosa denominazione di Guardie-Fuoco venne abbandonata quando ormai questa non rispecchiava più il nuovo modello organizzativo. All’artigiano, che solo all’occorrenza veniva impiegato per il soccorso, si sovrapponeva la figura sempre più preparata del pompiere professionista, con un rapporto di lavoro di tipo stabile. Nacque così la Compagnia Pompieri di Torino, e si affacciava così una figura di pompiere sempre più preparato professionalmente, dotato non di sola forza fisica e coraggio, ma anche di capacità nell’utilizzare le attrezzature sempre più complesse che le industrie cominciavano ad approntare per questo specifico servizio. Un aspetto molto importante era dato dal rapporto di fiducia che si era instaurato con la gente, che aveva ormai familiarizzato con la figura del pompiere, apprezzandone il suo insostituibile ruolo all’interno della società; la gente lo sentiva come uno di loro, poiché era uno di loro, una persona del tutto comune capace però nei momenti critici di farsi carico della sicurezza della collettività. La Compagnia si presentava alle soglie del Novecento come un organismo efficiente, compatto e ben dotato di tutti gli strumenti che la tecnologia del tempo poteva offrire. Cominciava in definitiva ad affermarsi una figura di pompiere sempre più preparato con, non solo più forza fisica e coraggio, ma anche capacità nell’utilizzare le attrezzature sempre più complesse. Abbandonata quasi del tutto la trazione animale, nel 1907 il Corpo venne dotato delle prime quattro vetture con motore a benzina per il traino delle pesanti pompe a vapore e il trasporto del personale.  La scelta, inevitabile, cadde su autoveicoli Fiat, modello “Camioncino” della potenza di 24/40 HP con trasmissione a catena; di due sole automobili si conosce il numero di targa: 63-1621 e 63-2143. Ma il grande salto tecnologico avvenne due anni dopo, con l’acquisto delle prime due autopompe in vista dell’Esposizione Universale di Torino del 1911, che rimase celebre nella storia delle esposizioni per la sua importanza. I tempi di intervento si ridussero drasticamente permettendo ai pompieri di giungere sul luogo del sinistro non più affaticati ma in grado di operare immediatamente e con la giusta determinazione. Finalmente l’acqua non veniva più spinta con la forza fisica o con il vapore, ma con potenti pompe mosse dai motori delle vetture, mentre il campo di attività si allargava sempre di più. Il fuoco non rappresentava più il solo nemico da “affrontare” e “combattere”: qualunque evento naturale e non che potesse alterare e turbare il normale andamento della vita quotidiana come una fuga di gas, una porta da aprire, un tram deragliato, un cavallo in difficoltà, un cane nel pozzo, vedeva accorrere i civici pompieri, che per ogni differente intervento dovevano disporre del giusto mezzo e della giusta attrezzatura.

Come accennato sopra, il casco in collezione è appunto il rarissimo e prezioso modello “Torino”: il fabbricante è ignoto, ed è entrato nella dotazione dei pompieri torinesi a partire dalla fine dell’ottocento, si pensa in concomitanza con il Congresso pompieristico internazionale del 1887 probabilmente in seguito ad un ordine effettuato a qualche ditta presente in esposizione, con lo scopo di dotare i Pompieri di un copricapo efficiente in sostituzione del berretto di panno da lavoro indossato fino ad allora. È rimasto in uso fino al 1924 quando è stato gradatamente sostituito dal modello “Milano” con il medesimo fregio, che viene raffigurato nelle due ultime fotografie. A partire dal 1938 è poi subentrato il modello Nazionale 38 che ha coperto gli anni della 2° Guerra mondiale fino agli anni cinquanta del ‘900, abbandonato con l’arrivo dei Violini e poi dei Mispa dal 1972. L’elmetto è realizzato in cuoio nero rigido con cresta superiore e profili in ottone, presenta aeratori cupolari e le falde posteriore e anteriore sono staccate, questo lo fa assomigliare ai modelli “Pickelhaube” per la sua foggia simile ai caschi tedeschi ed austriaci del medesimo periodo; giustapposto sul frontale si apprezza il meraviglioso fregio del Corpo di Torino, il blasone della Città con il toro e la torre soprastante; ai lati porta le tipiche asce incrociate ed in alto, in uscita dagli spalti della torre, la fiamma simbolo del nostro servizio. Reca sui due lati i galloni da sottufficiale costituiti da una doppia V rovesciata probabilmente ascrivibile al grado di Brigadiere, ed il soggolo in cuoio che viene fissato al corpo del casco da due rosette anch’esse in ottone: quella di sinistra ha una cannuccia porta piumetto, ed il concomitante fatto di avere il fregio frontale fissato con attacco a vite ha portato alla convinzione che sia destinato al duplice utilizzo operativo e da parata, permettendo al sottufficiale di apporre una coccarda tricolore e piumetto per le occasioni ufficiali e poterli togliere facilmente in intervento per maggiore praticità, essendo il suo grado ben visibile grazie al gallone laterale. Di converso invece gli ufficiali avevano in dotazione un casco esclusivamente "da parata" simile a quello dei vigili urbani in feltro, anch'esso con coccarda e piumetto ma con sottogola metallico di tipo francese e un fregio più elaborato e decorato con smalti colorati.

Ringrazio l'ottimo Archivio Storico del Comando di Torino per le preziose informazioni e il titanico lavoro di conservazione e divulgazione del materiale inestimabile qui conservato e salvato da morte certa da un nutrito gruppo di volontari; da qui arriva la foto dei pompieri sul camioncino Fiat descritto nel precedente capoverso, in cui si può notarne uno indossare il medesimo casco con la coccarda e, poco intelligibile, il piumetto. Le informazioni sulla storia del servizio antincendi torinese sono tratte da vari articoli, principalmente da questo sito preziosissimo e dall'ottimo numero dei Quaderni di Storia Pompieristica edito in occasione del bicentenario della nascita ufficiale dell'83° Corpo di Torino, che in realtà ha sulle spalle qualche centinaio di anni in più. Dal sito "Miles Forum" invece ho tratto la quart'ultima foto del casco Milano che ha sostituito a metà degli anni '20 il "Torino", anch'esso con i galloni, in questo caso da caporale; dal completo ed esauriente libro di Claudio Masina, purtroppo al momento esaurito presso l'editore, invece è tratta la terz'ultima fotografia che ritrae il medesimo casco di tipo "Milano" con i galloni da sergente e il piccozzino coevo in dotazione al pompiere. In penultima posizione sono raffigurati un pompiere in divisa da fatica e berretto in panno, un ufficiale con il copricapo da parata ed un vigile in assetto operativo con il casco modello "Torino", tratto dal numero dei Quaderni summenzionato; infine l'ultima immagine raffigura il manifesto celebrativo del Convegno pompieristico e concorso mondiale del 1911 in cui si vedono tre vigili ed un autista in assetto operativo, mentre il primo porta il tipico cappello in panno di lana, i tre pompieri indossano il casco descritto in questo post, chiaramente identificabile dalle falde separate, la cresta superiore e gli aeratori.

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giovedì 10 aprile 2008

Il casco italiano Mispa di Torino




 
Gli devo fare le mie più profonde scuse. Ieri sono entrato in studio e mi guardava pensieroso, dal posto d’onore che gli ho riservato sulle mensole ove trovano spazio (sempre meno: loro aumentano, lo spazio rimane quello) i miei caschi. Senza una parola come sempre, ma era offeso, si vedeva.
Lo conosco, ormai. E’ da anni che ci conosciamo, e insieme ne abbiamo passate tante; gli devo forse la vita, sicuramente qualche ammaccatura in meno. All’alluvione del 2000 mi ha riparato dai litri di pioggia che cadeva incessante nella Valsusa in cui ero distaccato, nella Cappella della Sindone bruciata undici anni fa mi ha protetto da cadute di calcinacci e urti contro tutte le sporgenze e ribassamenti che il Guarini aveva piazzato in quella maledetta, strettissima scaletta che portava al tetto sinusoidale della costruzione; alla Michelin di Cuneo in fiamme ha assistito impotente allo svanire delle mie forze mentre i fumi roventi e carichi di solfati invadevano i miei polmoni, sprovvisti di autoprotettore, ed ha seguito la mia uscita in extremis (credo che facesse il tifo per me); la sua visiera trasparente ha riparato la mia faccia estasiata mentre spegnevo macchine e cassonetti, sventravo auto con divaricatori e cesoie, rompevo vetri di case di sbadati nottambuli senza più le chiavi.
Me lo ricordo ancora il nostro incontro; giaceva di(s)messo nel magazzino generale, senza fregio e con l’interno strappato, tutto sfregiato e rigato. Ai miei occhi di ausiliario però era bellissimo, un casco tutto mio, per la prima volta dopo decine di cambi tra i due o tre a nostra disposizione; avevo dovuto racimolare una serie di favori promessi e millantati da scambiare con il magazziniere per avere un casco, e me ne uscivo felice con il MIO casco, pronto a tutto. L’opera di restauro, devo dire facilitata enormemente dal fatto di abitare a Torino, sede della ditta produttrice, era iniziata con la spesuccia fatta ipotecando parte della lauta paga da ausiliario; avevo trovato un interno nuovo, cosa non male vista la lunga vita produttiva del casco prima del nostro incontro, poi un fregio fiammante (in tutti i sensi), e soprattutto il consiglio alchemico per riportarlo ad una seconda giovinezza, cospargendone la superficie scarificata con un prodotto segreto, fabbricato in Malesia fondendo nidi di pipistrello gigante nero su fuoco di guano di Varano di Komòdo (anche se all’aspetto era lucido da scarpe…). Dopo la cerimonia di guarigione, svoltasi ovviamente in una notte di luna nera, avevo tra le mani un autentico capolavoro, nuovo di pacca, completissimo e soprattutto MIO, MIO, MIOOO!!
Devo quindi dire, dopo questo lungo preambolo, che è bastato scambiarci un’occhiata per capire il motivo del suo disappunto: “dovevi cominciare da ME, bastardo, il tuo blog!” ed ha ragione. Spero di ovviare in parte al torto cagionato con questo post, in cui ne descrivo e documento l’importanza fondamentale nella mia collezione, anzi nemmeno ne fa parte, della collezione. Lui è oltre, è semplicemente il mio casco da pompiere, e sugli scaffali ha la parte dell’anziano capofamiglia, quello a cui tutti i marmocchi di casa alla fine chiedono un consiglio e si siedono volentieri, con gli occhi rapiti e la bocca un po’ aperta ad ascoltare le storie che racconta, anche se ormai è “vecchio”. Anche quel pivello con la bocca sporca di latte del Sicor VFR2000, o quel cuginetto francese che a volte se la tira un pochino.

Il casco Mispa 1972 è l’erede di una dinastia di caschi che inizia negli anni che immediatamente precedono la seconda guerra mondiale, quando l’autarchia portò i vigili del fuoco a cercare un tipo di materiale in grado di rivestire il casco da pompiere unificato, il modello Nazionale 38; fino ad allora, la fine degli anni trenta del ‘900, erano in uso nei diversi Corpi comunali una serie di caschi differenti e costruiti su base locale con fogge abbastanza varie. Tra tutti forse il più diffuso era il modello Milano (oggetto di un prossimo post), ma erano presenti il Firenze, il Bologna, il Roma, tutti in cuoio con cresta, fregio e bandella laterale in ottone. La penuria di materie prime fece sì che il casco unificato in fase di sviluppo fosse rivestito con cuoio nero “autarchico”, cioè ottenuto conciando pellami di specie animali forse nemmeno conosciute, a rivestire una struttura di cartone pressato in una forma che ricorda la cornucopia rovesciata, anch’esso con cresta, banda laterale e fregio Nazionale in ottone, quest’ultimo riportante il numero di riferimento del Comando di appartenenza. Durante la guerra la situazione difficoltosa negli approvvigionamenti portò il servizio antincendi ad utilizzare fondamentalmente un po’ di tutto, dai vecchi Milano riverniciati in grigioverde, ai caschi mod. 33 metallici di derivazione militare, agli Adrian anche loro in tinta militare, e fece sì che si verniciasse col solito grigioverde anche il modello Nazionale 38, munendolo a volte di fregio autarchico in alluminio. Vista la scadente qualità dei materiali e l’utilizzo intensivo pochi esemplari di questo mitico casco sono giunti fino a noi, e lo rendono molto ricercato dai collezionisti.
La forma del Nazionale 38 venne vagamente ripresa dalla ditta Violini di Milano quando nei primi anni ‘50 dovette studiare un nuovo casco; la scelta del materiale cadde su un insuperabile impasto di fibre tessili e resina fenolica al posto del cuoio. Vide la luce quello che, immutato nella forma anche se prodotto da ditte diverse, verrà utilizzato fino ai primi anni del 2000 da decine di migliaia di Vigili del Fuoco nel loro duro e rischioso lavoro. L’interno del casco era in cuoio con fascia a contatto della testa e soggolo anch’essi in cuoio. La Pirelli, esauritasi la produzione Violini, riprese la stessa tipologia di elmo senza apportare modifiche di rilievo se non nel materiale utilizzato.
Alla metà degli anni ‘60 la palla passa alla Mispa di Torino, che rileva gli impianti Violini ed inizia la produzione del suo elmetto, inizialmente dotato di interno in pelle; in seguito, a partire dal 1972, “il Mispa” diventa quello che io ho utilizzato nella mia attività di pompiere, dotato di un interno in similpelle (garanzia di sudorazione continua), pesante e sbilanciato, fornito in taglia pressoché unica, la mitica II (io che porto il 59 ho dovuto ovviare artigianalmente alla strettezza della bardatura), con una visiera posticcia agganciata sui lati e soggetta a frequenti rotture; ciononostante un casco insuperabile, nonostante gli anni avanti coi tempi, che all’epoca veniva preso ad esempio dai paesi limitrofi. Il panorama europeo era desolante: la Germania era dotata di casco copiato ai limiti del plagio da quello bellico (e ripreso identico in Spagna e nei paesi dell’Europa del nord) che tra l’altro viene ancora utilizzato in numerosi Land tedeschi, idem la Francia con l’Adrian; l'Austria e la Yugoslavia portavano in intervento un pittoresco incrocio in alluminio nato dall'accoppiamento contro natura tra il modulo lunare Alfa e uno spremiagrumi; il Belgio utilizzava un casco in sughero pressato, come la Gran Bretagna; l’Olanda aveva un casco in metallo di disegno ottocentesco, il Portogallo spegneva gli incendi con un casco in ottone sbalzato, la Grecia con caschi in cuoio; il blocco orientale utilizzava nelle varie declinazioni il casco militare della Grande Madre Russia in metallo…
Negli anni ’90 logiche di appalti al massimo ribasso hanno fatto sì che si fabbricasse il casco VV.F. in vetroresina verniciata, facendo precipitare esponenzialmente la qualità rispetto all’originale impasto resina e tessuto: bastava un leggero urto (che in un mestiere come quello del pompiere è un’eventualità abbastanza frequente) e la vernice saltava rivelando il sottostante strato di un gradevole colore bianco o peggio azzurrino, creando una generazione di caschi leopardati da riparare prontamente a colpi di Uniposca sempre in tasca.
Adesso tocca al Sicor VFR2000 in uso dal 2003: bellissimo, ultratecnologico, molto più funzionale e comodo... però... per intenderci, io guardo ancora con nostalgia le poche Fiat Ritmo ancora in circolazione visto che è stata la mia prima macchina.
Nella foto in basso l'insegna della storica ditta Mispa con sede nella mia città, Torino. Campeggia sulla parete principale, accanto all'ingresso.
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